Colpi di Penna - Recensioni di libri: Letteratura contemporanea
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martedì 12 febbraio 2019

La ragazza dai sette nomi - Hyeonseo Lee


La ragazza dai sette nomi è più di un semplice libro: è una testimonianza. La testimonianza di una ragazza coraggiosa che è riuscita a fuggire dal suo paese natale (la Corea del Nord) e a costruirsi una nuova vita nonostante le difficoltà. Di momenti difficili, infatti, Hyeonseo Lee ne ha passati tanti ed è pronta a raccontarceli con una chiarezza disarmante ed una forza ammirevole. Nel suo lungo viaggio ha dovuto nascondere la sua provenienza e costruirsi ben sette diverse identità.

Genere: biografia
Editore: Mondadori
Pagine: 350

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lunedì 4 aprile 2016

L'assassino etico | David Liss

L'assassino, quando non era impegnato ad assassinare qualcuno, si comportava come una persona normale. Magari era convinto, davvero convinto, che Bastardo e Karen si fossero meritati quella fine. Ma chi meritava una fine del genere? Vivevo forse in un mondo in cui i malvagi venivano ammazzati da assassini virtuosi?

Genere: Thriller, Gialli
Editore: Tropea
Pagine: 381

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mercoledì 26 dicembre 2012

City - Alessandro Baricco


City
Alessandro Baricco
Feltrinelli Editore
p. 266

 


Scrivere una recensione per un libro di Baricco non è facile. È che generalmente ti salva un po' la trama, si inizia da quella, c'è certamente una storia in ogni libro, nella quale ogni autore si immerge con maggiore o minore destrezza. Nel caso di Baricco, la tentazione è sempre quella di soffermarsi sul come, sulla marea di parole che oscilla sulla pagina, di cavalcare l'onda anomala che talvolta prende il lettore di sorpresa e lo fa vorticare nella bianca bava di bollicine marine. Vorresti piuttosto dire “ti leggo una pagina, questo estratto”. Cose così, per dirla alla Baricco. Una trama in linea di massima c'è, ci sono dei personaggi, tanti, storie e storie nelle storie. C'è soprattutto una narrativa non convenzionale, asciutta, “strana”, spesso più vicina al nostro parlato che non al parlare narrativo, c'è come una ricerca, un viaggio che si compie nelle parole. Viene in mente Picasso: "a quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino". Ecco, per Baricco vale lo stesso, sembra quasi che vada alla ricerca di una scrittura infantile, una meraviglia che non vuole essere circoscritta in delle norme, ha voglia di danzare nella pagina, strappare il lettore da una storia e catapultarlo in un'altra, un labirinto quasi casuale; di casuale però v'è solo la percezione del lettore, dato che è un libro su cui Baricco ha lavorato per tre anni. Sono lampi, bagliori improvvisi, istanti che tentano di agguantare il lettore alle spalle per consegnarlo ad una qualche autenticità. 

Che poi per coloro i quali vogliono sapere chi sono i personaggi e di cosa parla si potrebbe persino trovare un qualcosa di utile da dirgli: c'è innanzitutto Gould, un ragazzino che è un genio, destinato al Nobel; c'è Shatzy Shell, una ragazza trentenne che diventa la sua governante; ci sono un gigante e un muto, un giovane pugile di buona famiglia che aspira al campionato mondiale e persino un western; ci sono tanti docenti universitari. Questi sono i personaggi, le strade di un libro costruito come fosse una città, le storie sono i quartieri e il lettore cammina in luoghi sconosciuti senza avvalersi di una mappa e non c'è uno disposto a dargli un'indicazione “porco mondo”. Alla fine sarà lui stesso ad unire i punti e disegnare la carta topografica di City. Questo è quanto si può dire, il resto è emozione che affiora all'improvviso, è immaginazione mista a vita, è inaspettata rivelazione che appare dal nulla magari di intere pagine scritte senza un punto o una virgola. È la straordinaria storia dei fiumi e della loro distanza dal mare, sono le assurde teorie di alcuni docenti universitari di Gould, è la fisolofia che si nasconde nel nulla delle Nymphéas di Monet. Perché se questo è un libro-città, allora quelle pagine sono un viaggio, il viaggio dello scrittore e che il lettore tenta di ripercorrere. Come per i viaggi, non è tanto la meta il nostro fine, ma tutto ciò che raccogliamo in termini di esperienza ed emozione nel percorso che ci porta ad essa: ciò che rimane. 
A.G.

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venerdì 30 settembre 2011

Petrolio in paradiso - Sabina Morandi

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Petrolio in paradiso
Sabina Morandi
Ponte delle grazie, 2005
p.228

***

Petrolio in paradiso: il classico libro che non t'aspetti, finito tra le tue mani per caso in una bancarella dell'usato. Unica fonte di attrazione, il titolo: Petrolio in paradiso, appunto.
Scritto nel 2005 da Sabina Morandi, giornalista che scrive di biotecnologie e ambiente per numerose testate, il libro è attualmente fuori catalogo, tuttavia se ne possono trovare copie su qualche libreria online.
Non è propriamente un romanzo, né una semplice inchiesta giornalistica, bensì un thriller ecologico che mischia alla realtà inventata dall'autrice, la verità nascosta di avvenimenti attualissimi. Nonostante non sia un'opera puramente letteraria della quale esaltare la nuda bellezza narrativa, è un libro che definisco bello per il suo portato di denuncia e verità che contiene.

Laura, giovane antropologa, viene assunta per una spedizione in Ecuador dalla Sartilo, società italiana specializzata in prospezioni petrolifere. Il suo ruolo sarà quello di mediatrice culturale con gli indios locali. Conosce poco del progetto aziendale, non sa che nessuno si aspetta di trovare dei nativi in quella terra vergine, ancestrale, né tanto meno s'immagina che i lavori di prospezione verranno effettuati in una riserva naturale protetta, e anche qualora spuntino dei “selvaggi”, una lauta somma offerta agli indigeni sarebbe l'unica mediazione per la distruzione del loro habitat. Laura non è l'unica protagonista di questa storia; oltre ai suoi colleghi c'è, dal lato opposto, Cesar, giovane kichwa che ha studiato alla scuola dei bianchi e ora presiede il primo consiglio kichwa riconosciuto dal governo.
AbeBooks.it: migliaia di librerie. Milioni di libri.
I kichwa sono l'antica popolazione che abita quei luoghi; antichi cacciatori e guerrieri, sono ormai ridotti a pigri bevitori dell'alcol portato dai bianchi. È una tribù destinata a scomparire per lasciare spazio al progresso, la cui sola scelta è morire con le proprie origini o emigrare tra il puzzo cittadino per evolversi in mendicanti. Bianchi e kichwa, in un crescendo drammatico, si incontrano in quel paradiso di mezzo, terra primordiale da sfruttare per i bianchi, patria e tradizione da salvare per i nativi.
La Morandi sa mediare molto bene tra le due storie, introducendo in ogni capitolo un frammento di storia reale: dalla nascita del movimento politico degli indios nel mondo, allo sterminio nascosto di molti popoli operato dalle multinazionali del petrolio. “Nessuna presenza indigena” è ciò che viene riferito. Non mancano attimi di pura espressione narrativa, momenti in cui la Morandi si lascia andare – e lascia che ne prendiamo parte – alla descrizione dei luoghi, alle sensazioni date da quella terra in cui si erge il vulcano Tristeza, che davvero sa di paradiso e che molti, ingratamente, vorrebbero distruggere nel nome del progresso: ma qual è il vero prezzo da pagare?

Alla fine del libro si trovano gli indirizzi web degli indigeni e altri link per approfondire l'argomento. Immancabili i ringraziamenti, i quali vanno alle persone che lavorano nel settore petrolifero, ai ragazzi della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, ai gruppi indigeni e in particolare ai Sarayaku dell'Ecuador, che combattono contro l'invasione del loro territorio opponendo, ai fucili dei soldati, l'arma della denuncia e dell'azione nonviolenta.
Così conclude Sabina Morandi: “La speranza è che la storia romanzata ispirata dalla loro vicenda, susciti interesse e curiosità per quella vera”.
Sì, questo libro merita una seconda possibilità.
© Alessandro Giova

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venerdì 23 settembre 2011

Il peso della farfalla - Erri de Luca

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Il peso della farfalla
Erri De Luca
Feltrinelli, 2009

***

E' dolce e silenziosa come i passi sulla neve la scalata fino alla cima di queste 60 pagine e poco più. Una favola, la storia di un duello rinviato per anni: il bracconiere e il re dei camosci si sono rincorsi per molto tempo, entrambi sentono che è giunto il loro ultimo inverno; hanno ancora forza nelle gambe, ma è il sangue pulsato dal cuore che s'è fatto debole. L'ultimo colpo per l'uomo, l'ultimo calore per il re dei camosci prima d'essere spodestato da uno dei suoi giovani figli.
Il re dei camosci imparò a riconoscere fin da piccolo l'odore dell'uomo e del suo fucile, quando, ancora cucciolo, rimase orfano per mano del cacciatore. Divenne forte, crebbe selvaggiamente e quando arrivò il momento divenne re grazie a un duello: un sol colpo nel fianco del maschio rivale.
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Imparò a scoprire, la solitudine gli fece battere sentieri sconosciuti agli altri camosci:“In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si richiude”. Ma giunse il suo inverno. Re, ancora, per una sola stagione. Dovrà perire, soccombere al nuovo re o rifugiarsi in alto, lontano dal branco, lasciandosi morire.
Il cacciatore – re dei camosci a suo modo - scalava pareti con facilità, nessuno possedeva la sua abilità nel far perdere le tracce lungo sentieri all'apparenza inaccessibili. Gli manca il premio più ambito: il re. Sente che le sue forze non sono più quelle di un tempo: sarà forse la sua ultima caccia, l'ultimo schiocco di fucile per uscire vincitore in quel duello differito negli anni. Sa di essere il più crudele, per questo non racconta le proprie avventure in osteria. Quel che non sa, è che più degli altri riesce a sentirsi parte di un disegno complessivo di cui lui è parte integrante e irrinunciabile, per questo lui e non un altro è il protagonista di questa storia. E come per il Santiago de Il vecchio e il mare, gli anni di caccia hanno fatto maturare in lui saggezza e rispetto: ha imparato a non commettere errori, ad uccidere soltanto certi tipi di bestie, a riconoscere nell'animale ucciso qualcosa di nobile; nobiltà che non merita di essere pasto facile per gli uccellacci neri divoratori di carogne (o pescecani in Hemingway): ha bisogno di una fine dignitosa.
La fine non è crudele, né atroce, ma un inevitabile passo che lascia ad ognuno il proprio meritato trono.
© Alessandro Giova
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lunedì 27 dicembre 2010

La vita e il tempo di Michael K - John Maxwell Coetzee



La vita e il tempo di Michael K.

La vita e il tempo di Michael K.
Coetzee J. M.
Einaudi, 2007
€9,80
Il romanzo

Il romanzo si svolge, per la maggior parte della sua narrazione, in un momento tragico per la storia del Sudafrica: la guerra civile tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Il libro è suddiviso in tre parti diseguali nelle quali assistiamo alla narrazione della vita di Michael K. da due punti di vista: nella prima e terza parte è quello dello stesso Michael; la seconda, invece, viene narrata da un farmacista arruolato come medico in un ospedale di guerra, il quale, venendo in contatto con Michael, ne rimane molto colpito.

Michael - poco più che trentenne, nero, menomato per avere il cosiddetto “labbro leporino” - e sua madre Anna K. vivono a Cape Town in quartieri diversi: lui fa il giardiniere in una struttura pubblica, lei lavora come cameriera a casa di una coppia di bianchi.
La menomazione darà a Michael tanti problemi “sociali”, dalla difficoltà di nutrirsi da neonato, fino al rifiuto da parte di sua madre che se ne vergogna.
La donna sta male e ha il terrore di finire per strada, così Michael le propone di andare nella fattoria di Prince Albert, ma le autorizzazioni che servono per spostarsi in treno non arriveranno mai e il viaggio diventa un’odissea. La malattia si aggrava fino alla morte in ospedale e la successiva cremazione. Michael, con le ceneri della madre e i suoi risparmi, continua il viaggio giungendo fino a quella che dovrebbe essere la fattoria. Pur trovandola in stato di abbandono vi si stabilisce, finché non arriva un nipote dei proprietari; Michael, che non vuole essere trattato da servo, abbandona la casa e le sue misere coltivazioni per finire prima in montagna e poi in una sorta di “campo profughi” dove un’umanità ai limiti della sopravvivenza viene rinchiusa e usata per i lavori dei bianchi. Michael si ribella a questo sistema prima rifiutandosi di lavorare, poi scappando.
Torna allora alla fattoria e, non trovando più il nipote, riprende le sue coltivazioni. Si nasconde al mondo in un rifugio tra la vegetazione spontanea del cosiddetto veld (una sorta di steppa tipica del sud dell’Africa); dorme continuamente, soprattutto di giorno, e ben presto perde lo stimolo di mangiare.
Viene rintracciato da un gruppo di soldati che lo accusano di essere un ribelle: dopo essere stato picchiato, visto che ormai è uno scheletro lo portano in ospedale. Il farmacista-dottore che si prende a cuore il suo caso cerca invano di convincerlo a mangiare: Michael diventa l’ossessione che, nella seconda parte del romanzo, metterà in discussione tutta la sua vita fatta di certezze.

[…] Sei prezioso, Michael, per come sei. Sei l’ultimo della tua specie, una creatura sopravvissuta da un’era precedente[…].
Noi siamo tutti precipitati dentro il calderone della Storia, solo tu, seguendo la tua luce idiota […], sfuggendo alla pace e alla guerra, […]
sei riuscito a vivere […] non cercando di cambiare il corso della Storia più di quanto non faccia un granello di sabbia […] (pag. 170)

Commento

Se Michael all’inizio del romanzo è un bambinone innocuo e tardo di mente, alla fine del romanzo è un uomo: il suo viaggio, le sue esperienze, la progressiva presa di coscienza di se stesso fanno sì che questo possa essere considerato un vero romanzo di formazione.
Fino allo scoppio della guerra ha lasciato che la vita scorresse sulla sua pelle ma, quando per la prima volta prende un’iniziativa (quella di disobbedire alla legge) e decide di trasportare sua madre a Prince Albert, comincia la sua evoluzione e per la prima volta riesce a darsi una risposta su quale sia il senso della sua vita: quello di prendersi cura di sua madre, una madre che non l’ha mai voluto e che ancora si vergogna di lui, del suo aspetto, che mai è stata capace di dargli una carezza:

[…] sua madre […] era stata dimessa dall’ospedale e voleva che lui l’andasse a prendere.
K […] andò in autobus al Somerset Hospital dove trovò la madre seduta su una panca davanti all’entrata […].
Quando vide il figlio si mise a piangere, coprendosi la faccia con le mani, per non farsi vedere dagli altri malati e dai visitatori. (pp: 10-11)

La madre però muore e la sua vita deve allora avere un altro senso.

Questo libro disturba. Il nostro mondo di bianchi occidentali è troppo distante da quello di Michael: è praticamente impossibile che tra il lettore e il protagonista si crei un sentimento di solidarietà. Non ci può essere empatia tra un lettore ben nutrito e un uomo che trova la sua grande forza nel rifiuto del cibo: ma Coetzee ci costringe a guardare in faccia Michael facendolo diventare la nostra ossessione.
Credo che l’essenza di questo romanzo sia racchiusa nella citazione di Eraclito che precede il racconto:

Guerra, padre di tutte le cose, re di tutte le cose.
Alcuni proclama dèi, altri uomini.
Alcuni fa schiavi, altri liberi.

L’autore: brevi cenni

John Maxwell Coetzee, sudafricano, bianco, Premio Nobel per la letteratura nel 2003.
Titolo originale del romanzo Life and Times of Michael K, pubblicato nel 1983 e tradotto in italiano solo nel 1986.

Recensione a cura di Advenimiento


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lunedì 6 dicembre 2010

Accabadora di Michela Murgia



 Accabadora

Accabadora
Murgia Michela
Einaudi, 2009
€18,00

***
Trama


La storia, sullo sfondo di Soreni, paese immaginario della Sardegna, si svolge dalla metà degli anni ’50 dello scorso secolo e narra di Maria Listru, bambina in età prescolare, quarta ed ultima (non desiderata) figlia di madre vedova in miseria, che viene affidata in qualità di “fill’e anima” (una sorta di affidamento volontario col quale si alleviavano al contempo le pene delle donne mai state madri e di quelle che di figli da sfamare ne avevano troppi) a Tzia Bonaria Urrai, una sarta benestante e vedova, di una vedovanza atipica poiché suo marito non era mai tornato dal fronte dov’era andato a combattere, ma mai era stato dichiarato né morto, né disperso.
Nel paese tutti sanno ma nessuno lo dice che Tzia Bonaria, oltre ad essere sarta, svolge un’altra attività che è quella si essere “accabadora”, in altre parole “colei che finisce” e si occupa, su richiesta dei familiari, di porre fine alle pene dei moribondi.
Si tratta di un’attività che oggi chiameremmo “eutanasia” ma che in realtà in Sardegna si perde nella notte dei tempi, quando non esistevano “terapie del dolore” o macchine che potessero tenere in vita.
Maria e Bonaria sono madre e figlia, ma il loro è un rapporto speciale perché si sono scelte: Bonaria manda Maria a scuola, le insegna a cucire e la prepara alla vita; ogni tanto Tzia Bonaria esce, di notte, Maria non sa cosa faccia e non lo saprà fino a molti anni dopo, quando un evento tragico toccherà la sua famiglia e quella di Andrìa Bastìu, un suo amico di scuola. In quella occasione Maria scopre che sua madre è “sa accabadora” di Soreni e ha con lei uno scontro verbale violento che porterà le due donne ad allontanarsi.
Il resto della trama lo lascio al gusto di coloro che vorranno intraprendere questa lettura.
Commento


“Accabadora” è un romanzo di donne raccontato da una donna nel quale quello che non si dice conta più di quel che si dice.
Il tema della morte viene trattato con delicatezza e pudore e, allo stesso tempo, viene impreziosito da bellissime descrizioni relative alla ritualità della morte nei paesi: le campane servivano ad informare la collettività che uno dei suoi membri era morto, il defunto veniva vestito ed “esposto” in casa dove arrivava tutto il paese a rendergli omaggio, le prefiche (attitadorasa) - prezzolate o meno - si disperavano per la perdita e in tutte le case gli scuri alle finestre venivano accostati per dare una manifestazione di rispetto; infine il lutto, usanza che a Soreni era ancora viva. Mi ha ricordato la citazione di John Donne che fa Hemingway ne “Per chi suona la campana” che dice: 


Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa;
ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera;
(…)
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.


Personalmente ritengo questo romanzo uno dei più belli che abbia mai letto: descrizioni asciutte, con pochi aggettivi, di un tempo che, pur non essendo troppo lontano, è distante da noi anni luce. Eppure lascia nel lettore il sapore dell’autenticità, dei valori veri, dell’affetto mai detto ma mai così vero, viscerale.
È un romanzo senza mezze misure: o lo si ama o lo si detesta.
L'autrice: brevi cenni


Michela Murgia, nata a Cabras (OR) nel 1972, nel 2006 ha scritto "Il mondo deve sapere" da cui il regista Paolo Virzì ha tratto il film "Tutta la vita davanti".
Per “Accabadora” le è stato assegnato il Premio Campiello 2010 lo scorso 4 settembre.
La dedica del libro, bellissima, dice: “A mia madre. Tutt’e due”.

Recensione a cura di Advenimiento



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