martedì 29 novembre 2011

La variante di Lüneburg - Paolo Maurensig



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La variante di Lüneburg
Paolo Maurensig
Adelphi editore, 1993
159 pagine
€ 8.00



La variante di Lüneburg, opera prima di Paolo Maurensig, particolarmente rivolto a chi sa giocare a scacchi e a chi non sa giocare a scacchi.
Può inconsciamente una partita protrarsi avanti nel tempo nonostante il trascorrere degli anni? Dipende dalla partita, è la risposta.
Del resto esistono partite e partite: tra queste, alcune riguardano unicamente il gioco in se e per sé; altre sono in grado di coinvolgere, oltre alle parti chiamate in causa – gli sfidanti – anche le persone che intorno ad esse gravitano – e nel caso de La Variante di Lüneburg sono molte. Una volta compreso e assodato questo punto, la partita in questione non è più soltanto mero gioco e pura finzione; al contrario, tutto nella vicenda viene ad assumere i connotati del mondo e della vita reale, anche le pedine, così come tutto fa capo ad un ordine prestabilito, lo stesso che Maurensig utilizza per svilupparne la trama ed il racconto.
Numerosi sono i personaggi, protagonisti e non, che prestano la loro voce alla narrazione e all’evolversi della storia. Con questo espediente l’autore riesce infatti a creare la giusta suspance e il pathos adeguato sia alle vicende ivi descritte che alle persone coinvolte.
La scrittura dell’autore è sì di facile comprensione ma al contempo è intercalata da tre blocchi distinti di narrazione che facilmente possiamo porre in analogia con il gioco degli scacchi: l’inizio o apertura, in cui come in un giallo si narra del ritrovamento del corpo di un uomo e delle fasi che a questo si antepongono; la partita vera e propria, giocata e raccontata attraverso l’ausilio della classica tradizione degli scacchi e dell’utilizzo di varianti, in questo caso una la variante in particolare, quella che dà il titolo al romanzo, La variante di Lüneburg; la chiusura e la fine: non sempre si vince, molto spesso le partite di scacchi si concludono in parità e questo è il caso del libro in questione: nessun vincitore, solo vinti.
«"Non gioco mai senza una posta” disse. E io, nello stato di tensione in cui mi trovavo, fui costretto a frugarmi nelle tasche in cerca di una monetina di valore equivalente da appaiare alla sua. Ancor prima di iniziare, stavo già facendo il suo gioco.»
Suicidio o omicidio?
A fine lettura potreste non porvi nemmeno la domanda.

M. L. A.

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martedì 1 novembre 2011

La fine è il mio inizio - Tiziano Terzani

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La fine è il mio inizio
Tiziano Terzani
Longanesi, 2006
p.422



“L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio.
Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso.
Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti.
Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare.
Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono.”

Il libro è una chiacchierata tra Tiziano e suo figlio Folco, a cui vien data la possibilità, unica anche solo a livello personale, di domandare qualunque cosa desideri a suo padre. Il tutto si svolge all'Orsigna, in Toscana, un luogo fuori dal mondo in cui Tiziano Terzani ha deciso di rifugiarsi, insieme a sua moglie, in attesa che il suo destino di uomo ammalato si compia.
Folco chiede al padre di raccontargli la sua vita dall'inizio; il dialogo ben presto si trasforma nella storia di una vita avventurosa e bella, ricca di desideri, avventure, gratificazioni ma anche di delusioni, dolore, amarezza.

Terzani racconta di essere nato in una famiglia molto povera e di aver vissuto, un po' troppo controllato da sua madre, nella periferia di Firenze. Mente dotata per lo studio, viene notato dagli insegnanti che suggeriscono ai suoi genitori di farlo studiare: Tiziano ha sempre desiderato andar via da quel guscio ormai troppo stretto e gli studi sono stati un ottimo mezzo per fare della sua vita esattamente ciò che desiderava.
 Laureato in legge, sposato con Angela, Terzani cominciò come impiegato della Olivetti quando questa (...) non era soltanto la fabbrica per fare le macchine, era la fabbrica per fare le macchine per costruire una società in cui l'uomo vivesse a sua dimensione.

Dagli Stati Uniti d'America, dove studiò la Cina e il cinese e dove nacque il primogenito Folco, al Vietnam, Cambogia, Singapore, Hong Kong, Cina, Giappone, India: Terzani girò il mondo da giornalista nonostante questa professione non fosse la sua massima aspirazione (ma fu l'unica che gli permise di "non lavorare", se si eccettua il pezzo da scrivere a sera e da mandare al giornale); dopo un primo periodo a Il giorno, ottenne un posto come corrispondente estero allo Spiegel tedesco che gli diede letteralmente carta bianca poiché Terzani non era il classico giornalista inviato all'estero che sbarca nell'hotel più lussuoso e sicuro della zona di guerra e fa i suoi reportage facendo domande alle conferenze stampa. Terzani è stato un vero giornalista, che è andato a scavare negli orrori della guerra, che ha parlato - anche a rischio della propria vita - coi Vietcong o gli Khmer rossi, che ha cercato di capire le ragioni anche di quelli che erano considerati "il nemico" e che spesso, a posteriori, si è capito essere delle vittime; Terzani scriveva un altro genere di storie, andava a cercare altre verità oltre ai bollettini ufficiali.
Terzani è candido in tutto, anche nell'ammettere i propri errori o le valutazioni sbagliate. Ammette senza problemi la sua infatuazione per la caparbietà e il comunismo di Ho Chi Min ma soprattutto per la rivoluzione di Mao ed è altrettanto sincero nell'ammettere di essersi sbagliato: alla resa dei conti sostiene che, per la sua amatissima Cina (dalla quale, con suo grande rammarico, venne espulso perché accusato di spionaggio), la "rivoluzione culturale" è stata un errore fatale, poiché ha appiattito il Paese rinnegandone il glorioso passato che lui - sfuggendo ai controlli dell'autorità - ha tentato di ricercare, trovando in esso una bellezza incomparabile.
 Terzani, giunto alla fine della propria esistenza, sostiene di aver vissuto una vita bellissima e di essere pronto ad affrontare la morte con la consapevolezza di aver fatto tutto quello che desiderava.

Questo libro è una miniera di libertà, tolleranza e storia: è meraviglioso il messaggio che quest'uomo ci ha trasmesso:
Non è così complicato (...) Capisco la congiura del consumismo (...) ma (...) Sei tu, tu che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole.
Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. (...) E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia (...) che vuoi di più? Una macchina nuova?

© Advenimiento

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venerdì 30 settembre 2011

Petrolio in paradiso - Sabina Morandi

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Petrolio in paradiso
Sabina Morandi
Ponte delle grazie, 2005
p.228

***

Petrolio in paradiso: il classico libro che non t'aspetti, finito tra le tue mani per caso in una bancarella dell'usato. Unica fonte di attrazione, il titolo: Petrolio in paradiso, appunto.
Scritto nel 2005 da Sabina Morandi, giornalista che scrive di biotecnologie e ambiente per numerose testate, il libro è attualmente fuori catalogo, tuttavia se ne possono trovare copie su qualche libreria online.
Non è propriamente un romanzo, né una semplice inchiesta giornalistica, bensì un thriller ecologico che mischia alla realtà inventata dall'autrice, la verità nascosta di avvenimenti attualissimi. Nonostante non sia un'opera puramente letteraria della quale esaltare la nuda bellezza narrativa, è un libro che definisco bello per il suo portato di denuncia e verità che contiene.

Laura, giovane antropologa, viene assunta per una spedizione in Ecuador dalla Sartilo, società italiana specializzata in prospezioni petrolifere. Il suo ruolo sarà quello di mediatrice culturale con gli indios locali. Conosce poco del progetto aziendale, non sa che nessuno si aspetta di trovare dei nativi in quella terra vergine, ancestrale, né tanto meno s'immagina che i lavori di prospezione verranno effettuati in una riserva naturale protetta, e anche qualora spuntino dei “selvaggi”, una lauta somma offerta agli indigeni sarebbe l'unica mediazione per la distruzione del loro habitat. Laura non è l'unica protagonista di questa storia; oltre ai suoi colleghi c'è, dal lato opposto, Cesar, giovane kichwa che ha studiato alla scuola dei bianchi e ora presiede il primo consiglio kichwa riconosciuto dal governo.
AbeBooks.it: migliaia di librerie. Milioni di libri.
I kichwa sono l'antica popolazione che abita quei luoghi; antichi cacciatori e guerrieri, sono ormai ridotti a pigri bevitori dell'alcol portato dai bianchi. È una tribù destinata a scomparire per lasciare spazio al progresso, la cui sola scelta è morire con le proprie origini o emigrare tra il puzzo cittadino per evolversi in mendicanti. Bianchi e kichwa, in un crescendo drammatico, si incontrano in quel paradiso di mezzo, terra primordiale da sfruttare per i bianchi, patria e tradizione da salvare per i nativi.
La Morandi sa mediare molto bene tra le due storie, introducendo in ogni capitolo un frammento di storia reale: dalla nascita del movimento politico degli indios nel mondo, allo sterminio nascosto di molti popoli operato dalle multinazionali del petrolio. “Nessuna presenza indigena” è ciò che viene riferito. Non mancano attimi di pura espressione narrativa, momenti in cui la Morandi si lascia andare – e lascia che ne prendiamo parte – alla descrizione dei luoghi, alle sensazioni date da quella terra in cui si erge il vulcano Tristeza, che davvero sa di paradiso e che molti, ingratamente, vorrebbero distruggere nel nome del progresso: ma qual è il vero prezzo da pagare?

Alla fine del libro si trovano gli indirizzi web degli indigeni e altri link per approfondire l'argomento. Immancabili i ringraziamenti, i quali vanno alle persone che lavorano nel settore petrolifero, ai ragazzi della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, ai gruppi indigeni e in particolare ai Sarayaku dell'Ecuador, che combattono contro l'invasione del loro territorio opponendo, ai fucili dei soldati, l'arma della denuncia e dell'azione nonviolenta.
Così conclude Sabina Morandi: “La speranza è che la storia romanzata ispirata dalla loro vicenda, susciti interesse e curiosità per quella vera”.
Sì, questo libro merita una seconda possibilità.
© Alessandro Giova

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venerdì 23 settembre 2011

Il peso della farfalla - Erri de Luca

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Il peso della farfalla
Erri De Luca
Feltrinelli, 2009

***

E' dolce e silenziosa come i passi sulla neve la scalata fino alla cima di queste 60 pagine e poco più. Una favola, la storia di un duello rinviato per anni: il bracconiere e il re dei camosci si sono rincorsi per molto tempo, entrambi sentono che è giunto il loro ultimo inverno; hanno ancora forza nelle gambe, ma è il sangue pulsato dal cuore che s'è fatto debole. L'ultimo colpo per l'uomo, l'ultimo calore per il re dei camosci prima d'essere spodestato da uno dei suoi giovani figli.
Il re dei camosci imparò a riconoscere fin da piccolo l'odore dell'uomo e del suo fucile, quando, ancora cucciolo, rimase orfano per mano del cacciatore. Divenne forte, crebbe selvaggiamente e quando arrivò il momento divenne re grazie a un duello: un sol colpo nel fianco del maschio rivale.
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Imparò a scoprire, la solitudine gli fece battere sentieri sconosciuti agli altri camosci:“In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva. Dietro di loro la traccia aperta si richiude”. Ma giunse il suo inverno. Re, ancora, per una sola stagione. Dovrà perire, soccombere al nuovo re o rifugiarsi in alto, lontano dal branco, lasciandosi morire.
Il cacciatore – re dei camosci a suo modo - scalava pareti con facilità, nessuno possedeva la sua abilità nel far perdere le tracce lungo sentieri all'apparenza inaccessibili. Gli manca il premio più ambito: il re. Sente che le sue forze non sono più quelle di un tempo: sarà forse la sua ultima caccia, l'ultimo schiocco di fucile per uscire vincitore in quel duello differito negli anni. Sa di essere il più crudele, per questo non racconta le proprie avventure in osteria. Quel che non sa, è che più degli altri riesce a sentirsi parte di un disegno complessivo di cui lui è parte integrante e irrinunciabile, per questo lui e non un altro è il protagonista di questa storia. E come per il Santiago de Il vecchio e il mare, gli anni di caccia hanno fatto maturare in lui saggezza e rispetto: ha imparato a non commettere errori, ad uccidere soltanto certi tipi di bestie, a riconoscere nell'animale ucciso qualcosa di nobile; nobiltà che non merita di essere pasto facile per gli uccellacci neri divoratori di carogne (o pescecani in Hemingway): ha bisogno di una fine dignitosa.
La fine non è crudele, né atroce, ma un inevitabile passo che lascia ad ognuno il proprio meritato trono.
© Alessandro Giova
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giovedì 15 settembre 2011

Uomini che odiano le donne - Stieg Larsson

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 Uomini che odiano le donne
Stieg Larsson
Marsilio

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 Il protagonista del romanzo è l'affascinante quarantenne Mikael Blomkvist, un giornalista che si occupa prevalentemente di economia e lavora per il mensile Millennium, di cui è socio con Erika Berger e Christer Malm. Mikael ha alle spalle un matrimonio fallito, ha una figlia quasi adulta che non vede quasi mai e una specie di ménage à trois con Erika, che è sposata ma ha con lui una manifesta e pluriennale relazione sessuale nonché d'amicizia.
Quando la storia inizia siamo a Stoccolma, dicembre 2002, a ridosso di Natale: Mikael è appena uscito con le ossa rotte da un processo che lo vede condannato a sei mesi di carcere per diffamazione nei confronti del potente finanziere Wennerström. Per evitare che la sua condanna, che ha suscitato uno scalpore enorme nel mondo giornalistico, si ripercuota negativamente nei confronti della rivista di cui è proprietario, Mikael si autosospende da Millennium nonostante i suoi soci non siano molto d'accordo nello scaricarlo anche solo apparentemente.
Nel frattempo, dall'altra parte della Svezia, nell'isola di Hedeby, un vecchio uomo d'affari in pensione da tempo, Henrik Vanger, dopo aver ricevuto per posta il quarantesimo fiorellino incorniciato che gli viene recapitato annualmente per il suo compleanno da quando la sua famiglia è stata funestata dalla scomparsa di Harriet, la sua nipote prediletta (figlia del suo fratello defunto), decide di non voler morire senza prima aver saputo che fine abbia fatto la sua pupilla, scomparsa da Hedestad quarant'anni prima senza lasciare traccia.
Il terzo filone della storia riguarda Lisbeth Salander, una giovanissima e apparentemente semianoressica ed asociale hacker che lavora per la Milton Security, un'azienda che si occupa di sistemi di sicurezza per la sua clientela ma che, tra i vari servizi offerti, reperisce informazioni su persone o aziende. Lisbeth, la ricercatrice punta di diamante della Milton Security, a causa dei suoi trascorsi è affidata ad un tutore col quale tutto sommato si trova bene; improvvisamente costui non può più occuparsi di lei poiché è stato colpito da un ictus, pertanto viene "affidata" ad un nuovo tutore, il viscido avvocato Nils Bjurman, che si manifesterà al lettore come il primo uomo che odia le donne, nei confronti del quale Lisbeth, da vittima, si trasformerà in carnefice, riappropriandosi così della sua vita e della sua autonomia.
 

Un mondo di stranezze letterarie su AbeBooks.it
Le storie di questi tre personaggi e di tanti altri ancora si intrecceranno fin quando la storia si dipanerà mostrando tutta una serie di uomini che odiano le donne da una parte, e dall’altra donne capaci non soltanto di ribellarsi alla violenza usata nei loro confronti dagli uomini, ma anche di riprendere in mano la propria vita, nonostante tutto.

Stieg Larsson non ha avuto la buona sorte di vedere pubblicato questo romanzo né gli altri due, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta che compongono la trilogia Millennium (stesso nome della rivista della quale Blomkvist è proprietario) e questa credo sia una delle ragioni per cui il romanzo sembra essere stato pubblicato "grezzo", senza tagli e modifiche necessari, con una serie infinita di spunti, alcuni portati avanti e altri no.
Ho la sensazione che il romanzo sia stato pubblicato così come risultava essere nella sua ultima versione, magari con qualche aggiustatina ma non sostanziale, e voglio anche pensare che se Larsson fosse rimasto in vita per poter vedere pubblicata la sua opera, probabilmente il romanzo avrebbe avuto una faccia differente. Ecco: in Uomini che odiano le donne è come se ci fossero troppi ingredienti: tutto molto saporito ma forse un po' troppo saporito. Nonostante questo il libro è godibile e ne consiglio la lettura.
© advenimiento


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giovedì 1 settembre 2011

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

L' eleganza del riccio
Barbery Muriel
E/O, 2007

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Caso letterario del 2007 in Francia divenuto celebre grazie ad un passaparola tra lettori, L'eleganza del riccio è un libro che ho deciso di leggere proprio per via di un passaparola e di cui già le prime pagine lasciano intuire il motivo del successo.
Si tratta di un doppio diario tenuto da due inquiline del n°7 di Rue de Grenelle a Parigi: Paloma, la figlia dodicenne dall'intelligenza fuori dal comune dei Josse (padre deputato e madre in analisi laureata in lettere) e Renée: Madame Michel, la portinaia cinquantaquattrenne del ricco condominio.
Due esistenze apparentemente innocue, ma che in realtà celano grandi complessità: la prima ha progettato di suicidarsi e di incendiare la propria casa il giorno del suo tredicesimo compleanno per non finire nella “boccia dei pesci rossi” in cui finiscono tutti gli adulti; la seconda, all'apparenza una banalissima portinaia ignorante che incarna tutti i cliché tipici della sua categoria, è in realtà una grande appassionata di arte, filosofia, letteratura e cultura in generale.
Due esistenze che raccontano la loro vita viaggiando su treni diversi, le quali però si incontrano grazie all'arrivo del nuovo inquilino: il ricchissimo giapponese Monsieur Ozu. Entrambe appassionate di cultura giapponese, trovano nel nuovo arrivato un'esistenza reale e completamente distante da quelle che le circondano, una cultura che irrompe nella loro quotidianità fatta di persone banali e insulse, fatta eccezione per Marguerite, compagna di classe e unica amica di Paloma, e Manuela, la domestica portoghese unica amica di Renée. Due esistenze così solitarie, così chiuse a riccio, non potevano restare indifferenti l'una all'altra, e diventano protagoniste di un'amicizia improbabile che porterà a galla la loro più intima essenza.
Tra le numerose dissertazioni filosofiche, il romanzo fa anche riflettere piacevolmente sulla condizione dell'uomo in questo mondo in maniera divertente e profonda, grazie agli occhi e ai pensieri di una ragazzina; grazie agli occhi e ai pensieri di una donna di mezza età.
© R.F.

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Norwegian wood - Haruki Murakami

Norwegian wood. Tokyo blues
Murakami Haruki
Einaudi, 2006

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Leggere questo libro è un po' come avere per le mani i petali di un fiore. La scrittura di Murakami Haruki è gentile ed elegante, pacata e delicata, pur non risparmiando nulla: non risparmia momenti difficili, atmosfere cupe, ricordi crudeli, ma tutto appare narrato con straordinaria calma.
Forse perché nel momento in cui il protagonista Tōru Watanabe racconta, sono passati vent'anni dagli eventi dolorosi che ha vissuto e quel dolore adesso è lenito dal tempo e dagli eventi. Vent'anni improvvisamente annullati da una melodia, quella di Norwegian Wood dei Beatles che si diffonde dagli altoparlanti dell'aereo in cui Watanabe viaggia e ci riporta nella Tokyo del 1968. È proprio lì che si ritrovano Watanabe e Naoko dopo la morte di Kizuki, il ragazzo di lei e migliore amico di lui ed è proprio lì che prendono il via due anni difficili, in cui il protagonista fa la conoscenza di diverse persone, ognuna delle quali segna la sua vita in modo dolce e amaro: c'è Sturmtruppen, il suo compagno di stanza all'università, maniaco della pulizia e della ginnastica alle sei di mattina; c'è Nagasawa, che legge solo libri di scrittori morti da almeno trent'anni ad eccezione di Fitzgerald e colleziona notti con donne sconosciute; c'è Hatsumi, la sua ragazza, che lo accetta; c'è Reiko, che ha scelto di vivere in un involucro per proteggersi; c'è Naoko, che ama dal profondo del cuore e che forse un giorno guarirà e Midori, esplicita e schietta, che ama ma in maniera diversa e forse un giorno potrà dargli la serenità.
Norwegian Wood ci parla di sentimenti e di promesse, di quanto è difficile mantenerle ma di come sia inevitabile farlo; i protagonisti sono tutti ventenni -anno più, anno meno- che si trovano a vivere situazioni più grandi di loro, ricoperti di responsabilità che non avevano chiesto di avere ma che assumono in sé stessi con grande forza. Il romanzo ci mostra il profondo legame che esiste tra la vita e la morte, di come chi è in vita debba capire e accettare questo legame proprio per continuare a vivere; ci insegna che le parole sono la fonte fondamentale del ricordo e probabilmente anche della sopravvivenza: l'autore, in una postilla al romanzo, dichiara: “Forse questo libro chiedeva di essere scritto più di quanto io stesso mi rendessi conto” e lo dedica “a tutti i miei amici che sono morti e a quelli che restano”.
© R.F.

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Il miglio verde - Stephen King

Il miglio verde
King Stephen
Sperling & Kupfer, 2008

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Libro e autore non hanno certo bisogno di presentazioni. Il primo perché è stato reso celebre dal cinema anche al pubblico dei non lettori; il secondo perché è tra i narratori più conosciuti del nostro tempo, probabilmente il più noto in America (anche grazie al cinema). Viene definito il Re del brivido per i suoi testi al cardiopalma, la naturalezza e la finezza di particolari delle sue descrizioni inquietanti: ricordo ancora il cigolio dell'ascia che viene con difficoltà estratta dalle ossa di una caviglia in Misery. Ne Il Miglio Verde invece, King dà non solo prova di sapersi destreggiare al di fuori delle sue mura – se così si può dire – ma anche di saper cogliere quei punti interrogativi racchiusi in ognuno di noi, di stimolare e indurre a riflessioni più profonde.

Siamo nel 1932; nel carcere di Cold Mountain i detenuti aspettano di morire sulla sedia elettrica. Paul Edgecombe, secondino in quegli anni, ora detenuto di una casa di riposo per anziani, ricorda quel che è stata la sua vita; soprattutto però, ricorda e scrive di quel particolare anno al carcere in cui accaddero tante cose. È l'anno in cui arriva al Blocco E John Coffey, un nero gigantesco condannato a morte per aver stuprato e ucciso due bambine bianche. Non crea noie, ha paura del buio e parla poco: un orso addomesticato si direbbe, quasi si stenta a credere alle atrocità di cui si è macchiato. Ma Paul lo sa, e lo sanno Dean, Harry e Brutus; sanno che l'istinto di uccidere può essere la follia di un momento, una follia irripetibile ma che nella sua irripetibilità porta a tragedie irreparabili. C'è però qualcosa di strano in John Coffey “come il caffè ma scritto diverso”, nei suoi occhi, nelle sue mani: quel qualcosa di irreale e soprannaturale che c'è in tutta l'opera di Stephen King. Paul ricorda, lo fa per raccontare la storia di John Coffey, ma per farlo ha bisogno di ricostruire i volti dei compagni, degli altri detenuti, i contorni annebbiati di quei fatti lontani. Deve ricordare Mister Jingles, il topo che arrivò da chissà dove; deve tornare nella cella di Eduard Delacroix, deve attendere l'arrivo dello psicopatico “Billy The Kid” Wharton.

King costruisce un vero capolavoro e lo fa attraverso i ricordi di Paul. Ci porta laddove non
entreremmo mai e lo fa in una forma che il cinema non mostrerebbe mai: umanamente. Sì, umano è il termine giusto per descrivere i vari personaggi di questa storia (ad eccezione di Wharton e di Percy). Fuori da ogni pregiudizio e stereotipo, assistiamo all'instaurarsi di rapporti tra guardie e detenuti, pur nel rispetto dei rispettivi ruoli e destini. Già, perché alla fine c'è sempre lei ad attendere, la sedia degli orrori, c'è sempre un giustiziato e un giustiziere: è la vita, la legge, la giustizia/ingiustizia.
Non credo però che King ci racconti questo per ricordarci di quanti innocenti sono condannati a morte ogni anno: sarebbe riduttivo e banale. Certo, innanzitutto ha voluto raccontare – è il suo lavoro – ma vuole anche metterci davanti all'irrisolto dilemma di ciò che è bene o male: a volte confusi, altre volte invertiti, non possono tuttavia sfuggire alle leggi: ognuno vuole la propria personale giustizia e l'avrà, al di là del bene e del male. Possiamo porci mille domande, ma sarà sempre il buio a dominare la vita, e un Miglio Verde che attende il nostro passaggio c'è per ognuno: che lo vogliamo o no, nel bene o nel male, “le nostre palle friggeranno comunque”.
©  Alessandro Giova

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sabato 2 luglio 2011

Il vecchio e il mare - Hemingway Ernest



Ottantaquattro giorni. Tanti sono quelli passati senza che il vecchio sia riuscito a pescare un pesce. Ormai ha perso la fortuna, dice; vive sfiduciato e solo nella capanna del suo piccolo villaggio. Se non fosse per il ragazzo, il giovane cui il vecchio ha insegnato tutto sulla pesca, non mangerebbe neanche. Il ragazzo gli vuole bene, va a trovarlo ogni volta che può, gli porta la colazione, qualcosa da mangiare e le esche; lo aiuta a trasportare le lenze e la fiocina alla sua piccola barca a vela ma non può andare a pescare con lui perché il padre lo ha costretto ad andare su un'altra barca. Eppure è con il vecchio che il ragazzo vorrebbe pescare e spera che possa prendere un grosso pesce così da poter tornare in barca con lui. Questo si augura il ragazzo, questo si augura il vecchio quando parte all'alba dell'ottantacinquesimo giorno di mare. E' quello giusto, lo sente. Sente che è un numero fortunato. Va, con la sua piccola barca a vela dando inizio al monologo di cui solo il mare è testimone. Pensa, commenta ogni sua mossa, vorrebbe il ragazzo. Sa che il mare è suo fratello, anche quando è crudele; anche i pesci sono suoi fratelli e lui li rispetta, ma non può fare a meno di pescarli perché questo è il ruolo che la vita gli ha assegnato. Il vecchio sa che quello è il giorno in cui ritroverà la fortuna. E' l'ottantacinquesimo giorno di mare e finalmente il vecchio sente tirare la lenza. Un magnifico marlin, più grande della sua stessa barca. Dovrà lottare, aspettare che si stanchi, lasciarsi tirare a largo da quel pesce magnifico, figlio di Dio, figlio del mare. Uomo e pesce si attendono, per tre giorni. Non si vede più la terra, il vecchio vorrebbe il ragazzo, non sa nemmeno se avrà la forza di uccidere un pesce così grande, non sa chi dei due si stancherà prima. Forse morirà di fame aspettando invano che il pesce perda il suo vigore. Le mani non sono più forti come una volta, ma forte è la volontà di farcela e gli occhi sono ancora ardenti. Tre giorni e tre notti in attesa della resa dei conti, mangiando pesci volanti crudi e delfini. Resisterà, sa che deve farlo. E in quella lunga attesa il vecchio pensa, domanda e risponde a se stesso. Parla soprattutto di sé, del suo rapporto con il mare, dei e con i pesci mentre con la schiena regge la lenza per non farla srotolare; parla d'amore, stancamente, un amore che si riflette nei raggi bassi del mattino che accecano i suoi occhi ancora buoni e dello stesso colore del mare.

Il vecchio e il mare è il racconto di una lotta, ma soprattutto il resoconto di un sentimento maturato durante tutta una vita passata in mare. Ernest Hemingway lo pubblicò per la prima volta sulla rivista Life nel 1952. In seguito, nel 1953, ricevette il Premio Pulitzer e nel 1954 il Premio Nobel per la Letteratura. Lui stesso era pescatore e conosceva bene il mare. Il racconto infatti contiene molti termini tecnici riguardanti la pesca; il linguaggio in compenso è semplice ma arriva dritto al cuore. E' commovente seguire il vecchio al largo mentre riflette sul rapporto tra sé e il mare, perseverando con le sue ultime forze per sconfiggere la sfortuna che l'ha colpito. Trasmette un grande coraggio e la forza che mette nella sua estenuante lotta è un esempio per chi è sul punto di mollare. Lotta fino alla fine, con tutte le sue energie, forse ben oltre. E si è lì, su quella barca tirata a largo, sperando come il ragazzo di vederlo finalmente tornare con il grosso e nobile pesce. Nobile è un termine molto usato in questo racconto: bisognerebbe dirlo, leggerlo, raccontarlo a quanti solcano i mari svuotando le loro riserve, uccidendo spesso banalmente e con crudeltà. Ci vuole rispetto, ci vuole la consapevolezza d'essere fratelli anche quando vestiamo i panni del predatore. Questo è il messaggio forte che traspare dalle pagine saline di questo libro; forse, un giorno, sapremo essere nobili, come il vecchio, come i pesci.
Recensione a cura di Alessandro Giova




Hemingway Ernest
Mondadori, 2000
€8,50


domenica 24 aprile 2011

Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra - Gino Strada

 Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra


Dopo aver letto questo libro più e più volte, faccio una fatica tremenda a provare a raccontarlo. Mi rendo conto che la mia è la fatica di chi, comodamente seduto, legge un libro con la testa ingombra di sciocchezze: non ci sono pensieri paragonabili a chi cerca di soddisfare un bisogno primario nella mia testa e quindi, così come chi ha la pancia piena non potrà mai capire cosa significhi la fame, credo non potrò mai capire cosa significhi essere una persona (bambino o adulto) in un territorio di guerra e restare mutilato da un ordigno che arriva da lontano.
Nel 1997, anche grazie alle pressioni di Emergency e di Gino Strada, autore di questo libro, l’Italia smise di produrre e commercializzare le mine antiuomo: sono passati circa quindici anni ma sapere che tanti sono rimasti vittima di uno dei tanti “Made in Italy” pre-1997 mi annebbia la mente, mi ferisce; queste mine che ancora ricoprono chissà quanti territori gettano su di noi una vergogna che si estenderà sulle generazioni future, fino a quando ci saranno vittime.
Come si fa a immaginare cosa possa essere passato per la testa del povero bimbo che, magari aiutando il papà al pascolo o semplicemente giocando con le sue povere cose, abbia avuto la sfortuna di calpestare una mina antiuomo e abbia sentito, ma troppo tardi, il “clic” col quale la mina si sia innescata?
Questo libro, oltre a raccontare le singole storie nelle quali, in giro per il mondo, Gino Strada si è imbattuto, non racconta i pensieri delle vittime sopravvissute, orrendamente mutilate, a queste esplosioni, ma parla dei loro sguardi, della loro reazione – mai rabbiosa ma quasi rassegnata - ad un evento che oltre a colpirli nel corpo, vittime innocenti di decisioni bellicose altrui, ha cambiato il loro futuro: riusciamo a capire cosa possa significare essere mutilati o ciechi in civiltà dove non esistono pensioni di invalidità o indennità di accompagnamento? Riusciamo ad immaginare quale possa essere la prospettiva di crescita senza una gamba in un posto dove non è possibile neanche reperire una protesi?

Aneddoto

In questo libro, tra le varie storie raccontate, ce n’è una che riguarda la famiglia di Gino Strada, chirurgo di guerra, spesso assente per mesi e mesi dall’Italia e da casa, che una volta venne raggiunto a Quetta, località pakistana al confine con l’Afghanistan, dall’ormai defunta moglie Teresa e dalla figlia Cecilia in un’epoca in cui non c’erano cellulari e quindi anche comunicare era spesso impossibile.300x250_gifCecilia, attualmente presidente del consiglio direttivo di Emergency, allora era una bambina di soli 9 anni e, sentendo la mancanza di suo padre, aveva messo le sue foto sotto al cuscino; quando sua madre se ne accorse, decise di portarla in Pakistan in modo tale che potesse capire quale fosse la ragione per la quale suo padre stava tanto tempo lontano da casa. Arrivate a Quetta, nel cuore della notte Strada ricevette la telefonata dall’ospedale perché c’era bisogno di lui: Cecilia si era svegliata e si era preparata ad andare anche lei in ospedale dove cinque feriti da una mina russa, due adulti e tre bambini, aspettavano di essere operati. Teresa, visto lo scempio dei corpi, uscì dalla stanza in lacrime ma Cecilia no, rimase lì accanto a suo padre e assistette in silenzio anche all’operazione di uno dei bimbi cui venne amputata una mano. Terminato l’intervento, il bambino, ormai sveglio e camminando sulle proprie gambe, venne accompagnato in camera: Cecilia, riconosciutolo, chiese a suo padre se era lo stesso del quale aveva assistito all’operazione e, ricevuta la conferma che si trattasse della stessa persona, chiese a suo padre per quale ragione non piangesse. Strada racconta allora che per ore parlarono del fatto che quei bimbi, contrariamente a quelli del ricco Occidente che si rotolano per terra per togliere un cerotto, non piangono a causa della “(…) miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia, e a volte della morte, che diventa condizione di vita. Forse è questa quotidianità della tragedia che li prepara a non piangere. (…)”, pag. 91.

Conclusioni

Questo libro, scritto da un chirurgo che non è scrittore, ha il pregio di scardinare tanti pregiudizi, in particolar modo quelli razziali, e ci fa capire che un uomo è un uomo a prescindere dalla razza e dalla religione, che i bambini afghani, curdi, africani o sudamericani hanno i nostri stessi occhi, sono amati dai propri genitori come i nostri figli sono amati da noi, e per quanto siano costretti a crescere in fretta da circostanze di vita dure – nelle quali noi non saremmo capaci di resistere una sola settimana - sono pur sempre bambini che hanno voglia di giocare ma, a differenza dei nostri, la guerra la vedono fuori dalla finestra e non dentro al monitor del PC o del televisore.
I diritti d'autore di questo libro finanziano la meritoria attività di Emergency.

Recensione a cura di Advenimiento



Strada Gino
Feltrinelli, 2003
€6,50




giovedì 7 aprile 2011

Folle, folle, folle di amore per te - Alda Merini



 Chi ama
è il genio dell'amore (A.M.)


Le poesie di Alda Merini non sono fatte per adolescenti senza palpiti, né per avventure da tre metri sopra il cielo; può capitare di tenere aperta quest'antologia mentre si è accalcati su di un vagone ferroviario, mentre percepiamo l'assenza d'amore che ci circonda, l'incapacità di raccogliere dai fondi delle nostre esistenze quelle nudità che danno vita ai sentimenti. Intorno, viaggiano giovani indecisi, adolescenti come contenitori di vuotaggini per i quali l'amore è un sentimento da rigettare: c'è ancora posto per l'amore? C'è ancora la possibilità di scavare nella neutralità del vivere? Tutto è contenuto in uno schermo grande quanto un palmo; tutto è lì, per timore di tirar fuori quello che invece è dentro.
Queste poesie per giovani innamorati sono quasi una ricetta per risvegliare sentimenti sopiti; sono versi per un pubblico vivo, per chi sa ancora trovare nell'amore una forza oscura, sconvolgente, che confonde i confini del tutto. E' quel qualcosa d'inalienabile che alberga nel profondo, tace, emerge a piccoli sbuffi per lanciarti verso l'infinito.
L'amore per Alda Merini è una delle tante piaghe di una vita difficile, una ferita costante ma anche puro slancio; ricordo, attesa, desiderio, passione, lontananza, specchio di se stessa. La penna trascrive ciò che il cuore racconta, le continue battaglie, l'angoscia, la travolgente tranquillità di un attimo, la follia. Ed è, soprattutto, follia amorosa di un sentimento che non si nasconde a se stesso.

(...)

Mi scaverai fin dove ho le radici
(non per aiutarmi, non per cercarmi)
tutto scoperchierai che fu nascosto
per la ferocia di malsane usanze.

Avrai in potere le mie fondamenta
uomo che mi costringi;
ferirai le mie carni col tuo dente,
t'insedierai al fervore d'un anelito
per soffocarne il senso dell'urgenza

Come una pietra che divide un corso,
un corso d'acqua giovane e irruente,
tu mi dividerai con incoscienza
nelle braccia di un delta doloroso.

La malattia - quella vera, che invece è annullamento e vuotezza - lotta costantemente con l'amore, la penna si fa carico delle ferite e fa al tempo stesso da scudo e da spada. Scava solchi dai quale emergono strati profondi: è la poesia che innalza verso l'infinito, è la poesia a sollevare da terra scacciando ombre e buio, a far nascere squarci di luce e germogliare la verità. Una verità talvolta dolorosa per le circostanze avverse della vita, talvolta persino ostile al volere divino: "A volte Dio/ uccide gli amanti/ perché non vuole/ essere superato/ in amore". Ed è proprio l'amore l'unica poesia positiva per la Merini, il raccolto che sconfigge la carestia: - La mancanza d'amore è la mia pestilenza. Grazie ad esso - e al suo veicolo - Alda Merini ha potuto sempre risollevare se stessa passando dal buio alla luce; non sempre è un esperienza felice, non sempre è un fardello di facile sopportazione, ma pur sempre è vita, vita vera e pulsante, nel bene e nel male. Ce lo dice lei stessa, quando la malattia è ormai sconfitta e le sue ali sono libere dalla gabbia della pazzia: "Io la vita l'ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l'ho goduta perché mi piace anche l'inferno della vita, e la vita è spesso un inferno... Per me la vita è stata bella perché l'ho pagata cara"

Questo ci rimane dentro, la consapevolezza che vivere è accettazione e respiro di ogni sfumatura.

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d'amore.

Le poesie raccolte in questa antologia sono tratte da: Superba è la notte(Einaudi, Torino 2000); Vuoto d'amore (Einaudi, Torino 2000); Ballate non pagate (Einaudi, Torino 1995); Fiore di poesia (Einaudi, Torino 1998); La presenza di Orfeo (Scheiwiller, Milano 1993); La terra santa (Scheiwiller, Milano 1996); Un'anima indocile (La vita felice, Milano 1996); Aforismi e magie (Rizzoli, Milano 1999); La volpe e il sipario (Girardi, Legnano 1997)

Antologia a cura di Daniela Gamba, con un pensiero di Roberto Vecchioni

Recensione a cura di Alessandro Giova




Merini Alda
Salani, 2002
€7,00



lunedì 31 gennaio 2011

Vita d'un uomo - Giuseppe Ungaretti




Vita d'un uomo è il titolo che Ungaretti stesso ha scelto per la sua opera complessiva. In questo volume, composto da 106 poesie scelte da tutte le sue raccolte, è ben chiara la traiettoria e dell'uomo, e del Poeta Ungaretti. Sono versi dotati di una rara forza, palpitanti di un'emozione profonda, intima e pura, che scavano alla ricerca e riscoperta di valori essenziali. V'è di formidabile l'esattezza della pausa, l'uso sapiente della virgola, la perfetta esaltazione poetica di ogni singola parola.
La poesia di Ungaretti può essere scomposta in tre parti. La prima, ricca di significatività emotiva ed essenziale nello stile, segna la riscoperta della parola. Sono le poesie contenute in "L'allegria", nelle quali Ungaretti riscopre la parola sola, umile, spoglia dei contorni retorici e magniloquenti dell'epoca, ma ricca di sincera emotività. Sono i versi dell'Ungaretti soldato che assiste alla violenza, al massacro in trincea, alla perdità dell'umanità, esperienza che segna la vita sua esaltandone la vocazione poetica. Poesie che brillano di semplicità, colme di tensione e pienezza che riempono lo spazio bianco cornice di brevità poetica.

Stasera

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

La seconda fase è quella che segna la riscoperta della frase. Sono le liriche de "Sentimento del Tempo"; l'incisiva espressività della parola singola si lega ora a dei versi più complessi, i quali si potrebbero isolare senza che perdano significato e valore: ognuno vive di sé e con altri si completa e integra. I temi sono quelli del tempo e della morte.

LAGO LUNA ALBA NOTTE

Gracili arbusti, ciglia
Di celato bisbiglio...
Impallidito livore rovina...

Un uomo, solo, passa
Col suo sgomento muto..
Conca lucente,
Trasporti alla foce del sole!

Torni ricolma di riflessi, anima,
E ritrovi ridente
L'oscuro...
Tempo, fuggitivo tremito...

La terza fase che si apre con "Il dolore" e prosegue in maniera unitaria in "Un grido e paesaggi", "La terra promessa", "Il taccuino del vecchio", è segnata dal dolore per la morte del figlio. È un momento di profonda meditazione che porta il poeta a riflettere sul destino dell'uomo con malinconia e distacco: Ungaretti non reinventa il linguaggio, se ne serve come uno strumento affinato negli anni e già collaudato dall'esperienza.

Vita d'un uomo è dunque un'antologia che raccoglie e traccia il sentiero di un'evoluzione poetica e umana: 106 poesie ingoiate a piccole gocce, distillate a volte in singole parole che tuttavia non tolgono di significato al sentimento, bensì gli donano pienezza, un'intimità quasi muta che tende all'emozione pura, spingendo il cuore a comprendere la grandezza delicata con la quale sono rivestiti spesso il dolore e la vita, non d'un uomo soltanto, ma di tutti gli uomini.


VOLARONO

Di sopra dune in branco pavoncelle
Volarono e, quella sera, troppo vitrea,
Si ruppe con metallici riflessi
A lampi verdi, turchini, porporini,
Pavoncelle calate qui,
In Sardegna svernato, l'altro giorno.
Le odo, mentre camminano non viste,
Che, frugando se capiti un lombrico,
Per non smarrirsi, di già è buio, stridono.
Tornate al nido, all'alba domattina,
Lo troveranno vuoto,
E la prima dozzina di ovetti
Scovati ("Zitti!" "Piano!") dai monelli,
Si porta in bicicletta a Guglielmina,
È primavera. 

Recensione a cura di Alessandro Giova





Ungaretti Giuseppe
Mondadori, 2005
€12,90
€10,32

lunedì 10 gennaio 2011

Le relazioni pericolose - Choderlos de Laclos Pierre


Romanzo epistolare del 1782, Le relazioni pericolose è considerato uno dei capolavori della letteratura francese; seppur bandito e messo sotto accusa, può vantare tra le sue lettrici la regina Maria Antonietta.
Le lettere ricostruiscono le relazioni tra due libertini, il Visconte di Valmont e la Marchesa i Merteuil, e altri personaggi ingenuamente usati per la macchinazione dei loro piani. La crudeltà, il perseguimento ostinato della vanità e della gloria sociale sono il nucleo portante attorno cui ruotano tutte le vicende.
La lettura di queste corrispondenze può essere un vero spasso, in quanto risponde all'eterna voglia di pettegolezzo, immancabile vezzo del vivere umano: falsità, doppi e tripli giochi, cattiveria e voglia d'affermazione, maldicenze, invidia, vendetta. Lettera dopo lettera viene gettata via la maschera dei costumi dell’alta società, lasciando emergere il fetore di rapporti vuoti e opportunistici; ma questo è un romanzo universale che può essere trasposto al presente: passano i secoli, gli uomini girano in auto e non più in carrozza, ma un’infinità di messaggi, lettere o mail circolano anche oggi e chissà quali sono gli oggetti di tali missive. Se, dunque, da un lato lo spasso del pettegolezzo prende forte e stimola il lettore, dall'altro l'amara constatazione di un sistema fallace mirato solo a conquistare prestigio sociale e screditare gli odiati corrispondenti, riempie di un'angoscia ancora oggi poco digeribile.
Leggere questo libro è come mettersi in guardia su quanto, anche nel nostro tempo fatto soprattutto d’esaltazione dell’immagine, possa essere pericolosa l’egoistica vanità. Non a caso “La vanità è nemica della felicità”, avverte la signora di Merteuil, apparentemente inviolabile e invincibile tessitrice dei giochi.
Le carogne però tornano sempre a galla, così come la cattiveria dispensata con tanta scaltrezza torna inevitabilmente indietro: nemmeno il più astuto prestigiatore può resistere al flusso della corrente che trasporta a riva le carcasse. Non ci sono allora né vincitori, né vinti: i buoni soccombono nel dolore del tradimento e nulla può ripagare la fiducia tradita, nemmeno la vendetta del destino; i vanitosi “cattivi” hanno pene amare da pagare: la perdita di un onore costruito unicamente sulla pelle altrui.
Non rimane come unica vincitrice che la crudele vanità, sempre pronta a corrompere nuove anime.
Recensione a cura di Alessandro Giova




Choderlos de Laclos Pierre
Giunti Editore, 2006
€7,90

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