lunedì 27 dicembre 2010

La vita e il tempo di Michael K - John Maxwell Coetzee



Il romanzo

Il romanzo si svolge, per la maggior parte della sua narrazione, in un momento tragico per la storia del Sudafrica: la guerra civile tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Il libro è suddiviso in tre parti diseguali nelle quali assistiamo alla narrazione della vita di Michael K. da due punti di vista: nella prima e terza parte è quello dello stesso Michael; la seconda, invece, viene narrata da un farmacista arruolato come medico in un ospedale di guerra, il quale, venendo in contatto con Michael, ne rimane molto colpito.

Michael - poco più che trentenne, nero, menomato per avere il cosiddetto “labbro leporino” - e sua madre Anna K. vivono a Cape Town in quartieri diversi: lui fa il giardiniere in una struttura pubblica, lei lavora come cameriera a casa di una coppia di bianchi.
La menomazione darà a Michael tanti problemi “sociali”, dalla difficoltà di nutrirsi da neonato, fino al rifiuto da parte di sua madre che se ne vergogna.
La donna sta male e ha il terrore di finire per strada, così Michael le propone di andare nella fattoria di Prince Albert, ma le autorizzazioni che servono per spostarsi in treno non arriveranno mai e il viaggio diventa un’odissea. La malattia si aggrava fino alla morte in ospedale e la successiva cremazione. Michael, con le ceneri della madre e i suoi risparmi, continua il viaggio giungendo fino a quella che dovrebbe essere la fattoria. Pur trovandola in stato di abbandono vi si stabilisce, finché non arriva un nipote dei proprietari; Michael, che non vuole essere trattato da servo, abbandona la casa e le sue misere coltivazioni per finire prima in montagna e poi in una sorta di “campo profughi” dove un’umanità ai limiti della sopravvivenza viene rinchiusa e usata per i lavori dei bianchi. Michael si ribella a questo sistema prima rifiutandosi di lavorare, poi scappando.
Torna allora alla fattoria e, non trovando più il nipote, riprende le sue coltivazioni. Si nasconde al mondo in un rifugio tra la vegetazione spontanea del cosiddetto veld (una sorta di steppa tipica del sud dell’Africa); dorme continuamente, soprattutto di giorno, e ben presto perde lo stimolo di mangiare.
Viene rintracciato da un gruppo di soldati che lo accusano di essere un ribelle: dopo essere stato picchiato, visto che ormai è uno scheletro lo portano in ospedale. Il farmacista-dottore che si prende a cuore il suo caso cerca invano di convincerlo a mangiare: Michael diventa l’ossessione che, nella seconda parte del romanzo, metterà in discussione tutta la sua vita fatta di certezze.

[…] Sei prezioso, Michael, per come sei. Sei l’ultimo della tua specie, una creatura sopravvissuta da un’era precedente[…].
Noi siamo tutti precipitati dentro il calderone della Storia, solo tu, seguendo la tua luce idiota […], sfuggendo alla pace e alla guerra, […]
sei riuscito a vivere […] non cercando di cambiare il corso della Storia più di quanto non faccia un granello di sabbia […] (pag. 170)

Commento

Se Michael all’inizio del romanzo è un bambinone innocuo e tardo di mente, alla fine del romanzo è un uomo: il suo viaggio, le sue esperienze, la progressiva presa di coscienza di se stesso fanno sì che questo possa essere considerato un vero romanzo di formazione.
Fino allo scoppio della guerra ha lasciato che la vita scorresse sulla sua pelle ma, quando per la prima volta prende un’iniziativa (quella di disobbedire alla legge) e decide di trasportare sua madre a Prince Albert, comincia la sua evoluzione e per la prima volta riesce a darsi una risposta su quale sia il senso della sua vita: quello di prendersi cura di sua madre, una madre che non l’ha mai voluto e che ancora si vergogna di lui, del suo aspetto, che mai è stata capace di dargli una carezza:

[…] sua madre […] era stata dimessa dall’ospedale e voleva che lui l’andasse a prendere.
K […] andò in autobus al Somerset Hospital dove trovò la madre seduta su una panca davanti all’entrata […].
Quando vide il figlio si mise a piangere, coprendosi la faccia con le mani, per non farsi vedere dagli altri malati e dai visitatori. (pp: 10-11)

La madre però muore e la sua vita deve allora avere un altro senso.

Questo libro disturba. Il nostro mondo di bianchi occidentali è troppo distante da quello di Michael: è praticamente impossibile che tra il lettore e il protagonista si crei un sentimento di solidarietà. Non ci può essere empatia tra un lettore ben nutrito e un uomo che trova la sua grande forza nel rifiuto del cibo: ma Coetzee ci costringe a guardare in faccia Michael facendolo diventare la nostra ossessione.
Credo che l’essenza di questo romanzo sia racchiusa nella citazione di Eraclito che precede il racconto:

Guerra, padre di tutte le cose, re di tutte le cose.
Alcuni proclama dèi, altri uomini.
Alcuni fa schiavi, altri liberi.

L’autore: brevi cenni

John Maxwell Coetzee, sudafricano, bianco, Premio Nobel per la letteratura nel 2003.
Titolo originale del romanzo Life and Times of Michael K, pubblicato nel 1983 e tradotto in italiano solo nel 1986.

Recensione a cura di Advenimiento



Coetzee J. M.
Einaudi, 2007
€9,80

giovedì 23 dicembre 2010

Gitanjali - Tagore





Tagore, cantore bengalese, fu scoperto e portato all'attenzione dell'Europa dal poeta Irlandese Yeats, che ne rimase estremamente impressionato. Questa è la raccolta con la quale Tagore s’impose all'attenzione occidentale riscuotendo un notevole successo. In un’Europa scossa da guerra e nazionalismi, come una luce dal buio, Tagore emerge con un messaggio d'amore universale guadagnandosi un crescente apprezzamento che lo porta a conquistare il Nobel.

Nonostante il forte simbolismo, lo stile poetico è semplice e sono molte le poesie che aprono il cuore. Le metafore sono attinte dal mondo della natura, dal quotidiano svolgersi della vita nei villaggi bengalesi. Ad essere scossa è essenzialmente l'anima del poeta, mossa da una continua ricerca di verità: un viaggio, spesso contraddittorio, attraverso i paesaggi interiori tra paura e coraggio, certezze e dubbi.
Intensa si rivela la ricerca di Dio, equilibrio e armonia di tutte le cose e che in tutte le cose si nasconde. A volte sembra che sia lì, con il poeta, in un’amichevole conversazione intorno ad un tavolo. È soprattutto verso Dio che si rivolge l'amore cantato da Tagore, anche se questo si confonde, a volte, in un amore più sensuale nei confronti di una donna. Amore è anche quello che il poeta rivolge alla morte, ultimo atto che segna il distacco dalla vita, dagli affetti, dai piaceri. Morte temuta, ma delle volte anche desiderata, nei momenti bui della sua ricerca, come liberazione dalle pene e dalle fatiche; morte che viene però accettata  come fine inevitabile del viaggio esistenziale e preludio all'incontro con Dio.





Il bambino agghindato con vesti principesche
E ingioiellato i collane
Perde ogni piacere nel gioco.
Le vesti lo impediscono ad ogni passo.
Nel timore i rovinarle
O sporcarle di polvere
Si tiene lontano dal mondo
E ha paura di muoversi.

Madre, a niente giova essere schiavi del lusso
Se ci esclude dal benefico contatto con la terra
Se ci priva del diritto di entrare
Nella grande fiera della vita di questo mondo.

*** 

Dio Mio,
quale divina bevanda vorresti bere
dalla coppa traboccante della mia vita?
Mio Poeta,
è un piacere per te vedere il creato
attraverso i miei occhi
e fermarti alle porta dei miei orecchi
per ascoltare in silenzio la tua eterna armonia?
Io tuo mondo intreccia parole nella mia mente
e la tua gioia aggiunge ad esse la musica.
Come amore ti doni a me
e in me senti poi tutta la tua dolcezza.

***

Il giorno in cui la morte
busserà alla tua porta
che cosa le offrirai?

Porrò davanti alla mia ospite
la coppa piena della mia vita
non la lascerò andarsene a mani vuote.
Tutto il vino più dolce
dei miei giorni d'autunno
e delle mie notti d'estate
tutti i guadagni e le spigolature
della mia vita operosa
porrò davanti a lei
alla conclusione dei miei giorni
quando busserà alla mia porta. 


Recensione a cura di Alessandro Giova



Tagore Rabindranath
B.C. Dalai Editore, 2006
€5,90

lunedì 6 dicembre 2010

Accabadora di Michela Murgia



Trama


La storia, sullo sfondo di Soreni, paese immaginario della Sardegna, si svolge dalla metà degli anni ’50 dello scorso secolo e narra di Maria Listru, bambina in età prescolare, quarta ed ultima (non desiderata) figlia di madre vedova in miseria, che viene affidata in qualità di “fill’e anima” (una sorta di affidamento volontario col quale si alleviavano al contempo le pene delle donne mai state madri e di quelle che di figli da sfamare ne avevano troppi) a Tzia Bonaria Urrai, una sarta benestante e vedova, di una vedovanza atipica poiché suo marito non era mai tornato dal fronte dov’era andato a combattere, ma mai era stato dichiarato né morto, né disperso.
Nel paese tutti sanno ma nessuno lo dice che Tzia Bonaria, oltre ad essere sarta, svolge un’altra attività che è quella si essere “accabadora”, in altre parole “colei che finisce” e si occupa, su richiesta dei familiari, di porre fine alle pene dei moribondi.
Si tratta di un’attività che oggi chiameremmo “eutanasia” ma che in realtà in Sardegna si perde nella notte dei tempi, quando non esistevano “terapie del dolore” o macchine che potessero tenere in vita.
Maria e Bonaria sono madre e figlia, ma il loro è un rapporto speciale perché si sono scelte: Bonaria manda Maria a scuola, le insegna a cucire e la prepara alla vita; ogni tanto Tzia Bonaria esce, di notte, Maria non sa cosa faccia e non lo saprà fino a molti anni dopo, quando un evento tragico toccherà la sua famiglia e quella di Andrìa Bastìu, un suo amico di scuola. In quella occasione Maria scopre che sua madre è “sa accabadora” di Soreni e ha con lei uno scontro verbale violento che porterà le due donne ad allontanarsi.
Il resto della trama lo lascio al gusto di coloro che vorranno intraprendere questa lettura.
Commento


“Accabadora” è un romanzo di donne raccontato da una donna nel quale quello che non si dice conta più di quel che si dice.
Il tema della morte viene trattato con delicatezza e pudore e, allo stesso tempo, viene impreziosito da bellissime descrizioni relative alla ritualità della morte nei paesi: le campane servivano ad informare la collettività che uno dei suoi membri era morto, il defunto veniva vestito ed “esposto” in casa dove arrivava tutto il paese a rendergli omaggio, le prefiche (attitadorasa) - prezzolate o meno - si disperavano per la perdita e in tutte le case gli scuri alle finestre venivano accostati per dare una manifestazione di rispetto; infine il lutto, usanza che a Soreni era ancora viva. Mi ha ricordato la citazione di John Donne che fa Hemingway ne “Per chi suona la campana” che dice: 


Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa;
ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera;
(…)
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.


Personalmente ritengo questo romanzo uno dei più belli che abbia mai letto: descrizioni asciutte, con pochi aggettivi, di un tempo che, pur non essendo troppo lontano, è distante da noi anni luce. Eppure lascia nel lettore il sapore dell’autenticità, dei valori veri, dell’affetto mai detto ma mai così vero, viscerale.
È un romanzo senza mezze misure: o lo si ama o lo si detesta.
L'autrice: brevi cenni


Michela Murgia, nata a Cabras (OR) nel 1972, nel 2006 ha scritto "Il mondo deve sapere" da cui il regista Paolo Virzì ha tratto il film "Tutta la vita davanti".
Per “Accabadora” le è stato assegnato il Premio Campiello 2010 lo scorso 4 settembre.
La dedica del libro, bellissima, dice: “A mia madre. Tutt’e due”.

Recensione a cura di Advenimiento




Murgia Michela
Einaudi, 2009
€18,00

giovedì 28 ottobre 2010

Racconti dell'inquietudine - Fernando Pessoa





Questa raccolta di racconti costituisce un documento eccezionale per gli amanti dello scrittore portoghese Fernando Pessoa. Usciti postumi, rinvenuti dal famoso baule pessoano contenente oltre ventisettemila scritti, sono stati raccolti in questo libro che porta il titolo de “Racconti dell’inquietudine”, titolo ripreso dal più famoso “Libro dell’inquietudine”, anch’esso postumo e pubblicato mettendo insieme numerosi frammenti affiorati dal magico baule.

I Racconti dell’inquietudine mostrano un Pessoa anomalo cimentarsi in piccole narrazioni, le quali ne esaltano l’enorme adattabilità letteraria. E dagli stessi racconti si vede quanto la penna facile di Pessoa potesse prendere qualsiasi direzione: il genere infatti è eterogeneo, spazia dal poliziesco alla narrazione esoterica e filosofica. Una raccolta, quindi, notevolmente variegata e, sebbene molti testi siano frammentati, sono dotati di una grande forza espressiva. Pessoa fa ciò che vuole con le parole, smonta e rimonta discorsi a suo piacimento, ci illude con la sua prosa dando vita a personaggi assai controversi. A dire il vero, sono pochi gli istanti in cui Pessoa si lascia andare a vere e proprie narrazioni; perlopiù il suo è un dare voce a personaggi dotati di un estremo raziocinio e di una dialettica al limite del possibile. Si va dalla teoria del banchiere anarchico, al monologo del diavolo, alla terribile filippica di Quaresma (terribile in quanto didascalica e somigliante ad un trattato di psicologia criminale, vedi Caso Vargas), medico che si diletta a risolvere casi polizieschi in maniera analitico-deduttiva. Le riflessioni nelle quali si – e ci - immergono sono quelle più care all’autore: il mistero dell’umano cammino, la presenza di una realtà metafisica, la pazzia, riflessioni sul bene e sul male. Riflessioni che forse possono essere viziate, talvolta, da alcune imperfezioni scientifiche o falsità filosofiche (come qualcuno ha detto), ma hanno in sé una forza propria che prende fuoco all’interno del contesto del racconto. Una logica perversa, un esercizio letterario che porta ad affermare perfino l’esattezza dell’inesattezza, giochi di prestigio della penna usata come una bacchetta magica. Ci lascia forse inquietudine? No, ci rimane semmai un leggero senso di ammirazione per un uomo che sapeva fare della scrittura una formula matematica perfetta.

Nota: riporto qui i nomi dei traduttori, ritengo infatti, pur non avendo mai letto i suoi testi in portoghese, che sia un compito difficilissimo tradurre Pessoa mantenendo invariata la sua forza evocativa intrisa di simbolismi.

Orietta Abbati (L’ora del diavolo, Un grande portoghese, Il filosofo ermetico, Lo sconosciuto); Piero Ceccucci (Una cena molto originale, La porta); Laura Naldini (Il banchiere anarchico); Giorgio De Marchis (La lettera magica, Il vincitore del Tempo); Simone Celani (Il caso Vargas).
Dei racconti “La finestra stretta” e “Il furto nella Villa delle Vigne” non sono indicati i traduttori

Recensione a cura di Matteo Di Stefano


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domenica 17 ottobre 2010

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury



Questo è il classico libro del quale tutti vi parlano e che prima o poi sarete costretti a leggere. Sfido chiunque di voi a dirmi che almeno una volta un amico non gli abbia detto "dovresti leggere Fahrenheit 451”. Un cult, senz'altro, un libro che potrebbe essere parente di 1984 di Orwell. Due libri, due autori, due storie diverse ma che hanno in comune la presenza di un governo autoritario intenzionato a mettere fuori legge il pensiero e controllare ogni ambito relazionale, emotivo ed esistenziale degli individui.
Il successo, oltre all'intuito e alle capacità letterarie, è dovuto al fatto che un tale mondo rientra sia tra le grandi paure degli uomini liberi sia tra le utopie negative degli uomini di potere.
Un individuo sciatto, bombardato da suoni e immagini irreali, senza il minimo contatto con sé stesso, plagiato da una verità costruita dall'alto ed inculcata nelle teste attraverso le tecnologie di comunicazione. Un "non-pensiero" che si riflette nella "non-azione", nella totale dipendenza dalla tv, dal lusso, da tutta una serie di oggetti che creano l'illusione della felicità; rimedi contro la noia, mere illusioni che allontanano da sé stessi, dalla propria capacità critica e di riflessione, dalle proprie pulsioni introspettive: quel tanto di riflessione necessaria a far tremare i capi di stato. Leggendo questo libro siamo noi a spaventarci: un mondo senza libri è il nostro terrore più estremo e, sebbene descriva uno scenario apparentemente visionario, le sue basi sono legate al sentimento e alla paura popolare. I libri sono fuori legge in molti regimi ma anche laddove fortunatamente c’è libertà di lettura, il mondo della carta stampata è costantemente minacciato dai bagliori luccicanti del circo delle meraviglie (più comunemente noto come TV).

Scritto nel 1951 da Ray Bradbury, autore americano di racconti e romanzi di fantascienza, Fahrenheit 451 (ovvero la temperatura alla quale brucia la carta) è sì un romanzo di fantascienza, ma anche un po' il frutto di un’estasi visionaria e direi profetica dell'autore: un mondo schiavo della meccanizzazione, tra segugi meccanici e grandi impianti televisivi, moderne conchiglie che possono rispecchiare i moderni I-pod, auto sfreccianti sull'asfalto. In questo monopolio della tecnologia i libri sono considerati pericolosi e illegali. E non mancano figure romantiche come gli uomini-libro: uomini che imparavano a memoria i testi per non far morire la cultura.
Protagonista è Guy Montag, milite del fuoco che invece di spegnere gli incendi li appicca. I pompieri hanno il compito di bruciare tutti i libri in circolazione e con essi la casa di chi li possiede. È la legge. È per la felicità dell'uomo che tutto questo avviene: l'uomo non ha bisogno di perdersi nelle parole, perché i libri rendono tristi. L'uomo ha tutto ciò di cui necessita per la sua felicità: pareti-televisioni che trasmettono telenovele senza trama, macchine che corrono a gran velocità perché la velocità inibisce il pensiero, conchiglie da tenere nelle orecchie che trasmettono continue vibrazioni: parole colmanti il vuoto.
Ma è felice davvero l'uomo? Questo si chiede Montag dopo l'incontro con Clarisse, stravagante ragazza sparita misteriosamente. Il mondo inizia ad apparirgli ovattato, vuoto, spento, pieno di persone che vivono come macchine, che dicono di volersi bene ma non si conoscono. Illusioni viventi di un mondo irreale. Felice? No: sedato quel tanto che basta per non accorgersi della propria infelicità.
Cosa c'è allora nei libri? viene da chiedersi. E perché quelle persone ne sono così innamorate tanto da farsi bruciare con essi piuttosto che vivere senza? - "Nei libri c'è la nostra vita. Quella stessa vita che viviamo, ma solo grazie ai libri riusciamo a scoprire" risponderà Faber, ex docente universitario che assumerà un ruolo cruciale per la storia del romanzo e per Montag.
Un'ascesa inevitabile di domande porterà Montag a rompere il suo precedente sistema di credenze, le stessi di cui si era nutrito fino al suo incontro con Clarisse e che sembravano potessero garantirgli la felicità. Montag rompe totalmente con sé stesso e con la legge, ma non passerà inosservato. Ormai ha capito: non può fermarsi e la sua è voglia di una rivoluzione che porti l'uomo a recuperare il contatto con sé stesso e con il naturale piacere dello sfogliare un libro, in silenzio, riempiendosi le narici del suo odore, quell’odore che è vita.

Recensione a cura di Alessandro Giova



Bradbury Ray
Mondadori, 2000
€8,50

giovedì 14 ottobre 2010

Due de Due - Andrea De Carlo



Due di Due
Andrea De Carlo
Bompaini editore
p.389

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Un Natale la mia vicina di casa mi regalò "Pura Vita" di De Carlo. L'ho iniziato molte volte ma non sono mai riuscito a leggerlo tutto. Ho sviluppato una difesa pregiudizievole nei suoi confronti. Poche settimane fa invece, mi prestano Due di Due; è un libro davvero interessante e probabilmente mi aiuterà a riprendere quel primo libro di De Carlo che ho sfogliato e mai letto.
È la storia di un’amicizia iniziata tra i banchi di scuola. Mario e Guido si incrociano quasi per caso. e, nonostante la vita li porti a fare scelte differenti, rimarranno uniti da un legame forte, indissolubile, che attraversa 20 anni di storia italiana.
Sono gli anni '60 quando Mario incontra Guido Laremi, personaggio affascinante, in lotta con l'ambiente circostante e con sé stesso; la sua vita è narrata ed ispezionata da Mario, che in lui vede non solo l'amico ma anche, forse, la parte di sé meno visibile e che mai emergerà. Mario si rifugia nelle sue cornici, nelle certezze che la vita gli porta ad edificare, al tempo stesso però , è affascinato dalla figura di Guido, dalle sue idee, dal suo carisma, dalla sua assenza di contorni con ciò che lo circonda. Guido non ha certezze né le vuole, il suo è un vagare ossessivo, un continuo ricercare luoghi per poi fuggirne; rifiuta le convenzioni, i rapporti d'amore stabili, catene rigide per il suo spirito sempre in cerca di situazioni provvisorie.
Quando non è più la scuola a tenerli uniti, i due per un momento sembrano perdersi; sono le lettere a mantenere vivi i contatti. Le notizie di Guido immerso in nuove provvisorietà, in nuovi ambienti che si tramutano presto in vecchie prigioni. Ed anche quando Mario trova la sua cornice, la sua strada, la sua sicurezza, è sempre di Guido che ci si chiede: dove si trova, cosa fa, qual è la sua condizione psicologica.
Il loro rapporto che si estende nel tempo è l'unico legame stabile per Guido. Forse perché Mario ne accetta la precarietà, non la giudica, anzi, questa lo affascina, arrivando perfino ad esserne geloso. Un sali e scendi vorticoso, una parabola inarrestabile del libro che poco a poco si spegne, certamente non per demeriti letterari, ma per lo spegnersi progressivo del personaggio di Guido che va perdendo lo smalto giovanile; nonostante questo però, Guido Laremi mantiene immutato il suo fascino.
Uno dei migliori personaggi letterari degli ultimi decenni, Laremi è destinato ad accendervi, ad illuminare una parte di voi latente, a smascherare quelle incertezze che un po' tutti affrontiamo, ad esaltare il ruolo dell'amicizia. Due vite parallele e non solo, anche lo specchio di due distinte individualità presenti in noi stessi: ciò che diventiamo (Mario) e ciò che vorremmo essere (Guido). Perché questo troviamo nell'amico: una parte di noi che manca o abbiamo, ma tuttavia rimane chiusa al nostro interno come un sogno, un desiderio inespresso.



A.G.



venerdì 24 settembre 2010

La Storia Infinita di Michael Ende




La Storia Infinita
Michael Ende
p.400
Edizioni Tea o Corbaccio
€8.50 o €15.81

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Piccola premessa: quand'ero uno scolaretto delle medie vedevo e rivedevo il film. Sapevo l'intera sceneggiatura a memoria. Uscivo di casa recitandola, passavo le mie ore a scuola, e tornando a casa recitavo la parte da dove mi ero arrestato. Io e questo libro avevamo un conto in sospeso; essendo io un patito mi feci regalare il libro da mia madre. Rimasi delusissimo per non aver trovato sulla sua copertina il famoso AURYN, lo splendore. Credetti che fosse tutto finto, che Fantàsia non esistesse. Invece no, Fantàsia esiste davvero. Ma ero troppo piccolo per capirlo. "Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta".
Se avete visto ed apprezzato il film, arriverete alla conclusione che "La Storia Infinita" è probabilmente uno dei pochi film tratti da un libro che può definirsi ben fatto. Qualcuno addirittura afferma che il film sia migliore, ma questo rappresenta soltanto una piccola parte del libro. Inoltre molte riflessioni sono compressate ed alcune scene modificate per renderle compatibili con il linguaggio cinematografico. Se riuscirete a scrollarvi di dosso le immagini del film allora vivrete un'avventura vera.

Bastiano Baldassarre Bucci è un bambino grassottello, introverso e deriso dai compagni. Ha perso la madre e vive insieme al padre, col quale non ha un bel rapporto. Un giorno, mentre fugge dai compagni di scuola che quotidianamente lo prendono in giro, si rifugia nella vecchia libreria del signor Coriandoli. Bastiano ha un rapporto speciale con i libri. In essi vive la sua realtà fatta di sogni, con essi fugge le sue paure. Bastiano racconta storie che nessuno ascolta, le racconta a se stesso. Le sue storie hanno sempre una fine, ma quando si trova davanti un libro dal titolo "La storia Infinita", pensa che quello è senz'altro il libro che ha sempre sognato. Lo ruba (seppur con l'intenzione di restituirlo) e si rifugia nella soffitta polverosa della scuola iniziando una straordinaria avventura. Non solo si appassionerà alle vicende di Atreiu, ma si troverà egli stesso parte della storia infinita. Lui salverà Fantàsia - luogo dei sogni e delle fantasie umane - dal Nulla e dalla distruzione. Inizierà per lui una nuova avventura che lo spingerà molto più a fondo: dentro se stesso.
La storia infinita è un libro che fa riflettere, un romanzo intensamente introspettivo. Un viaggio alla scoperta di noi stessi, della nostra vera volontà. È un richiamo a noi, ai nostri sogni. Fantàsia cresce e vive grazie ai sogni degli uomini, ed a sua volta è un equilibrio per il mondo degli uomini. I due mondi si reggono su di un equilibrio leggerissimo, l'equilibrio della menzogna e delle nostre vite vuote che rischiano di distruggere oltre ai nostri sogni, il nostro stesso mondo. Bastiano Baldassare Bucci siamo proprio noi, con la nostra voglia di essere diversi da ciò che siamo, con la nostra voglia di essere qualcun'altro, un qualcun'altro che non ci appartiene, che ci fa dimenticare a poco a poco ciò che eravamo. Questo è (e forse anche di più) la Storia Infinita, il libro dei libri, un libro destinato a diventare un classico. Un tassello immancabile nella biblioteca di un uomo. Solo così Fantàsia potrà risorgere, ogni volta.

Note: l'edizione Longanesi è molto bella: la storia di Bastiano è in Rosso, in verde quella di Atreiu. Ogni capitolo inizia con una lettera dell'alfabeto, ed i capilettera all'inizio di ogni capitolo sono stati realitzzati da Roswitha Quadflieg. I capitoli sono appunto 26.
A.G.



mercoledì 15 settembre 2010

Le Città Invisibili - Italo Calvino

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Italo Calvino
Mondadori, 1996
p.224

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"Le città invisibili" nasce come una serie di resoconti di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan, Imperatore dei Tartari. Ma il libro non si basa sui veri viaggi intrapresi da Marco Polo, si muove piuttosto lungo la scia di città immaginarie, fantastiche, particolari. Sono città della mente e questo è chiaro anche ai due protagonisti: “forse le città di cui parliamo esistono solo nella nostra mente”. Le città invisibili nascono un poco alla volta, da sensazioni, immagini, stati d’animo. Ogni stato d’animo da vita ad una città, ad una sua immagine o forse un suo sogno immaginario. Ogni città ha una propria identità: che siano esse di materiali pregiati o di stracci e gusci d’uova, sono vive, ognuna appesa al suo particolare carattere che la distingue dall’altra.
"Che cos’è oggi la città per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città.” diceva Calvino durante una conferenza. Città che si perdono, città che si sgretolano o rinascono. Città che han paura di se stesse e creano modi per sfuggire a quel che erano ieri. Città di detriti, di simboli parole morti e memorie. Città che sono il sogno delle nostre morenti città.

Attraverso la voce di Marco Polo, apprendiamo di città sospese in cielo, o città minuscole che nascondono dentro altre città concentriche. Città impossibili. Città che vivono grazie ai racconti di Polo all’imperatore dei Tartari, in cerca di un ordine che gli permetta di avere il controllo del suo vasto impero. Kublai capirà che l’ordine sta nell’equilibrio di differenti disordini, senza arrivare mai a comprendere né quanto fosse vasto il suo impero né quale forma avessero le sue città. Né tantomeno se questo esista davvero o se sia solo un qualcosa esistente nella mente. Un affascinante diario di viaggio, impossibile, invisibile, intangibile eppure quasi reale nelle sue minuziose sfumature, negli odori suoni colori; sfumature che diventano sogno ingoiando palazzi, strade, persone. Forse sono tanti sogni di città ideali, città che vorremmo o non vorremmo conoscere; magari, sono solo città possibili, città che saranno o che furono. O ancora, sono la città che abbiamo dentro, che ricordiamo nelle altre, in tanti piccoli aspetti. Sempre la stessa che si ripete infinite volte in tante piccole varianti.
Il libro si compone di 9 capitoli. Ogni capitolo è aperto da un dialogo tra Polo e Kublai Kan. Le città sono 55: ognuna avente nome di donna e rientrante in una determinata categoria: Le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i morti, Le città e gli scambi, Le città e i nomi, le città sottili, le città e gli occhi, le città continue, le città nascoste, le città e il cielo. Perché di questo sono fatte le città e non di semplici cinta murarie.

- "La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso"
(da Irene, prima città del capitolo VIII)
A.G.

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lunedì 13 settembre 2010

Paradisi Artificiali - Charles Baudelaire



I paradisi articiali
Charles Baudeaire
Pagine 200
(Prezzi variabili a seconda dell'editore)

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Nato il 9 aprile 1821, Baudelaire fu uno dei massimi esponenti della poesia francese del suo tempo e lo è ancora oggi. Esistenza difficile quella di Baudelaire, sempre alle prese con un travaglio interiore comune a molti grandi artisti. Travaglio che spesso si traduce in grandi liriche e opere.
Poeta e critico d'arte (di questo molti si dimenticano), pubblicò prevalentemente su riviste e quotidiani i suoi scritti. Tra i volumi usciti, costituiscono un importante contributo letterario "I Fiori del Male" e "Paradisi artificiali". Quest'ultimo, uscito nel 1860, è un testo che lo stesso Baudelaire definì morale. Sono trattati i temi della droga, dell'hashish, del vino e dell'oppio. Prima ancora di essere un'opera morale però, questi "Paradisi Artificiali" costituiscono certamente un testo dall'alto contenuto estetico, anzi, spesso questo è preponderante, tanto che gli studiosi hanno definito quest'opera come una "prosa poetica". In esso sono forti le analogie con I Fiori del Male e della missione baudelairiana di estrapolare il Bello dal Male.
L'opera si compone di 3 capitoli: Del Vino e Dell'Hashish, Il Poema dell'Hashish e Un Mangiatore D'Oppio, quest'ultimo analisi arricchita da considerazioni e riflessioni del testo di Thomas De Quincy "Confessioni di un mangiatore d'oppio"

DEL VINO E DELL'HASHISH
Nel primo capitolo il poeta fa un raffronto tra Vino e Hashish; ne enumera gli effetti, la moltiplicazione della personalità, racconta poeticamente le immagini di persone alterate dagli effetti immaginifici e artificiali delle due droghe. In esso B. privilegia il vino, giungengo alla condanna dell'hashish come sostanza del diavolo che porta sì l'uomo all'estasi, ma ne corrode la volontà. L'hashish è per uomini solitari, dannoso, un'arma per aspiranti suicidi; il vino invece, al quale dedica un'intera sezione nei Fiori del Male, è sociale, esalta la volontà dell'uomo ed è la bevanda per l'uomo che lavora e merita di berne.

IL POEMA DELL'HASHISH
Nonostante la condanna, l'hashish non viene respinto totalmente e questo lo si ritrova nel secondo capitolo, dove in parte si riprendono temi e riflessioni già trattate nel primo, ma queste appaiono in una veste più approfondita. È importante chiarire che Baudelaire fissa la sua attenzione non su uomini qualunque, ma sull'uomo dotato di sensibilità, all'artista o al filosofoso, dei quali l'hashish esalta la vena creativa. Infatti afferma: "un mercante di buoi non sognerà, non vedrà mai altro che buoi e pascoli".
Baudelaire, che visse per un periodo all'Hotel Pimodan, sede delle riunioni del "Club des Hachichins", ha certamente un'esperienza diretta, sia in qualità di consumatore, sia come osservatore delle riunioni del club. La sua però, non è un'analisi frutto dello slancio dell'ebbrezza, ma una razionale e lucida narrazione postuma.
La confettura verde (al tempo si mangiava) dice, produce straordinari effetti nell'uomo sensibile che possiede una naturale predisposizione nella tensione all'infinito. Ed è proprio all'infinito che tende l'uomo che si lascia stregare da tale confettura. Ne elogia le sinestesie che essa provoca, la musica dei colori e i colori della musica, le immagini, l'annullamento del tempo. In questo è un supporto per il poeta esaltandone qualità e personalità. Ma questo non è un bene e soprattutto non è esente da rischi. Si arriva perfino al limite di sentirsi Dio. Tutto ciò porta alla condanna del pur maledetto Baudelaire, il quale fu lui stesso consumatore nei momenti di impotenza creativa. L'uomo non deve ingannarsi: la gioia e l'estasi che provoca sono surrogati, un paradiso d'occasione, artificiale per l'appunto, accessebile a tutti, con il rischio che l'uomo s'allontani dalla vera ricerca dell'infinito; e per raggiungerlo l'uomo non deve e non può sostituire la propria volontà con la farmacia.

UN MANGIATORE D'OPPIO
In quest'ultimo capitolo, B. riprende l'opera di De Quincy facendone oltre che un'analisi, una traduzione e riscrittura decorata dalle sue considerazioni e commenti. Segue passo passo il viaggio intrapreso da De Quincy alla scoperta dell'oppio, dapprima rimedio alla fame, poi trappola di dipendenza che imprigiona l'uomo in una condizione di non creazione. Una dipendenza che si sostituisce alla natura, che scema gradualmente grazie alla volontà dello stesso De Quincy di ridurre gradualmente le dosi fino alla completa liberazione. Finale a lieto fine che tuttavia non convince Baudelaire il quale è fermamente convinco che si tratti piuttosto di un frutto dell'ipocrita morale inglese.
B. riprende il tema del vino, ma questa volta ad uscirne vincitore è l'oppio. Infine, non poteva mancare il tema della Morte, tanto caro a Baudelaire. Morte che arriva strappando ai terrestri l'estro di De Quincy proprio mentre B. stava ultimando il suo omaggio all'autore inglese. Questo porta alle riflessioni che concludono il libro sulla temuta e amata Morte, amica/nemica che viene spazzando di un colpo piani sogni gloria ma che, al tempo stesso, ci libera in un viaggio misterioso verso l'ignoto.

CURIOSITA'
Al tempo l'hashish veniva mangiato. Aveva l'aspetto di una sorta di marmellata verdastra della quale Baudelaire riporta sinteticamente il procedimento.
 A.G.

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