lunedì 27 dicembre 2010

La vita e il tempo di Michael K - John Maxwell Coetzee



Il romanzo

Il romanzo si svolge, per la maggior parte della sua narrazione, in un momento tragico per la storia del Sudafrica: la guerra civile tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Il libro è suddiviso in tre parti diseguali nelle quali assistiamo alla narrazione della vita di Michael K. da due punti di vista: nella prima e terza parte è quello dello stesso Michael; la seconda, invece, viene narrata da un farmacista arruolato come medico in un ospedale di guerra, il quale, venendo in contatto con Michael, ne rimane molto colpito.

Michael - poco più che trentenne, nero, menomato per avere il cosiddetto “labbro leporino” - e sua madre Anna K. vivono a Cape Town in quartieri diversi: lui fa il giardiniere in una struttura pubblica, lei lavora come cameriera a casa di una coppia di bianchi.
La menomazione darà a Michael tanti problemi “sociali”, dalla difficoltà di nutrirsi da neonato, fino al rifiuto da parte di sua madre che se ne vergogna.
La donna sta male e ha il terrore di finire per strada, così Michael le propone di andare nella fattoria di Prince Albert, ma le autorizzazioni che servono per spostarsi in treno non arriveranno mai e il viaggio diventa un’odissea. La malattia si aggrava fino alla morte in ospedale e la successiva cremazione. Michael, con le ceneri della madre e i suoi risparmi, continua il viaggio giungendo fino a quella che dovrebbe essere la fattoria. Pur trovandola in stato di abbandono vi si stabilisce, finché non arriva un nipote dei proprietari; Michael, che non vuole essere trattato da servo, abbandona la casa e le sue misere coltivazioni per finire prima in montagna e poi in una sorta di “campo profughi” dove un’umanità ai limiti della sopravvivenza viene rinchiusa e usata per i lavori dei bianchi. Michael si ribella a questo sistema prima rifiutandosi di lavorare, poi scappando.
Torna allora alla fattoria e, non trovando più il nipote, riprende le sue coltivazioni. Si nasconde al mondo in un rifugio tra la vegetazione spontanea del cosiddetto veld (una sorta di steppa tipica del sud dell’Africa); dorme continuamente, soprattutto di giorno, e ben presto perde lo stimolo di mangiare.
Viene rintracciato da un gruppo di soldati che lo accusano di essere un ribelle: dopo essere stato picchiato, visto che ormai è uno scheletro lo portano in ospedale. Il farmacista-dottore che si prende a cuore il suo caso cerca invano di convincerlo a mangiare: Michael diventa l’ossessione che, nella seconda parte del romanzo, metterà in discussione tutta la sua vita fatta di certezze.

[…] Sei prezioso, Michael, per come sei. Sei l’ultimo della tua specie, una creatura sopravvissuta da un’era precedente[…].
Noi siamo tutti precipitati dentro il calderone della Storia, solo tu, seguendo la tua luce idiota […], sfuggendo alla pace e alla guerra, […]
sei riuscito a vivere […] non cercando di cambiare il corso della Storia più di quanto non faccia un granello di sabbia […] (pag. 170)

Commento

Se Michael all’inizio del romanzo è un bambinone innocuo e tardo di mente, alla fine del romanzo è un uomo: il suo viaggio, le sue esperienze, la progressiva presa di coscienza di se stesso fanno sì che questo possa essere considerato un vero romanzo di formazione.
Fino allo scoppio della guerra ha lasciato che la vita scorresse sulla sua pelle ma, quando per la prima volta prende un’iniziativa (quella di disobbedire alla legge) e decide di trasportare sua madre a Prince Albert, comincia la sua evoluzione e per la prima volta riesce a darsi una risposta su quale sia il senso della sua vita: quello di prendersi cura di sua madre, una madre che non l’ha mai voluto e che ancora si vergogna di lui, del suo aspetto, che mai è stata capace di dargli una carezza:

[…] sua madre […] era stata dimessa dall’ospedale e voleva che lui l’andasse a prendere.
K […] andò in autobus al Somerset Hospital dove trovò la madre seduta su una panca davanti all’entrata […].
Quando vide il figlio si mise a piangere, coprendosi la faccia con le mani, per non farsi vedere dagli altri malati e dai visitatori. (pp: 10-11)

La madre però muore e la sua vita deve allora avere un altro senso.

Questo libro disturba. Il nostro mondo di bianchi occidentali è troppo distante da quello di Michael: è praticamente impossibile che tra il lettore e il protagonista si crei un sentimento di solidarietà. Non ci può essere empatia tra un lettore ben nutrito e un uomo che trova la sua grande forza nel rifiuto del cibo: ma Coetzee ci costringe a guardare in faccia Michael facendolo diventare la nostra ossessione.
Credo che l’essenza di questo romanzo sia racchiusa nella citazione di Eraclito che precede il racconto:

Guerra, padre di tutte le cose, re di tutte le cose.
Alcuni proclama dèi, altri uomini.
Alcuni fa schiavi, altri liberi.

L’autore: brevi cenni

John Maxwell Coetzee, sudafricano, bianco, Premio Nobel per la letteratura nel 2003.
Titolo originale del romanzo Life and Times of Michael K, pubblicato nel 1983 e tradotto in italiano solo nel 1986.

Recensione a cura di Advenimiento



Coetzee J. M.
Einaudi, 2007
€9,80

giovedì 23 dicembre 2010

Gitanjali - Tagore





Tagore, cantore bengalese, fu scoperto e portato all'attenzione dell'Europa dal poeta Irlandese Yeats, che ne rimase estremamente impressionato. Questa è la raccolta con la quale Tagore s’impose all'attenzione occidentale riscuotendo un notevole successo. In un’Europa scossa da guerra e nazionalismi, come una luce dal buio, Tagore emerge con un messaggio d'amore universale guadagnandosi un crescente apprezzamento che lo porta a conquistare il Nobel.

Nonostante il forte simbolismo, lo stile poetico è semplice e sono molte le poesie che aprono il cuore. Le metafore sono attinte dal mondo della natura, dal quotidiano svolgersi della vita nei villaggi bengalesi. Ad essere scossa è essenzialmente l'anima del poeta, mossa da una continua ricerca di verità: un viaggio, spesso contraddittorio, attraverso i paesaggi interiori tra paura e coraggio, certezze e dubbi.
Intensa si rivela la ricerca di Dio, equilibrio e armonia di tutte le cose e che in tutte le cose si nasconde. A volte sembra che sia lì, con il poeta, in un’amichevole conversazione intorno ad un tavolo. È soprattutto verso Dio che si rivolge l'amore cantato da Tagore, anche se questo si confonde, a volte, in un amore più sensuale nei confronti di una donna. Amore è anche quello che il poeta rivolge alla morte, ultimo atto che segna il distacco dalla vita, dagli affetti, dai piaceri. Morte temuta, ma delle volte anche desiderata, nei momenti bui della sua ricerca, come liberazione dalle pene e dalle fatiche; morte che viene però accettata  come fine inevitabile del viaggio esistenziale e preludio all'incontro con Dio.





Il bambino agghindato con vesti principesche
E ingioiellato i collane
Perde ogni piacere nel gioco.
Le vesti lo impediscono ad ogni passo.
Nel timore i rovinarle
O sporcarle di polvere
Si tiene lontano dal mondo
E ha paura di muoversi.

Madre, a niente giova essere schiavi del lusso
Se ci esclude dal benefico contatto con la terra
Se ci priva del diritto di entrare
Nella grande fiera della vita di questo mondo.

*** 

Dio Mio,
quale divina bevanda vorresti bere
dalla coppa traboccante della mia vita?
Mio Poeta,
è un piacere per te vedere il creato
attraverso i miei occhi
e fermarti alle porta dei miei orecchi
per ascoltare in silenzio la tua eterna armonia?
Io tuo mondo intreccia parole nella mia mente
e la tua gioia aggiunge ad esse la musica.
Come amore ti doni a me
e in me senti poi tutta la tua dolcezza.

***

Il giorno in cui la morte
busserà alla tua porta
che cosa le offrirai?

Porrò davanti alla mia ospite
la coppa piena della mia vita
non la lascerò andarsene a mani vuote.
Tutto il vino più dolce
dei miei giorni d'autunno
e delle mie notti d'estate
tutti i guadagni e le spigolature
della mia vita operosa
porrò davanti a lei
alla conclusione dei miei giorni
quando busserà alla mia porta. 


Recensione a cura di Alessandro Giova



Tagore Rabindranath
B.C. Dalai Editore, 2006
€5,90

lunedì 6 dicembre 2010

Accabadora di Michela Murgia



Trama


La storia, sullo sfondo di Soreni, paese immaginario della Sardegna, si svolge dalla metà degli anni ’50 dello scorso secolo e narra di Maria Listru, bambina in età prescolare, quarta ed ultima (non desiderata) figlia di madre vedova in miseria, che viene affidata in qualità di “fill’e anima” (una sorta di affidamento volontario col quale si alleviavano al contempo le pene delle donne mai state madri e di quelle che di figli da sfamare ne avevano troppi) a Tzia Bonaria Urrai, una sarta benestante e vedova, di una vedovanza atipica poiché suo marito non era mai tornato dal fronte dov’era andato a combattere, ma mai era stato dichiarato né morto, né disperso.
Nel paese tutti sanno ma nessuno lo dice che Tzia Bonaria, oltre ad essere sarta, svolge un’altra attività che è quella si essere “accabadora”, in altre parole “colei che finisce” e si occupa, su richiesta dei familiari, di porre fine alle pene dei moribondi.
Si tratta di un’attività che oggi chiameremmo “eutanasia” ma che in realtà in Sardegna si perde nella notte dei tempi, quando non esistevano “terapie del dolore” o macchine che potessero tenere in vita.
Maria e Bonaria sono madre e figlia, ma il loro è un rapporto speciale perché si sono scelte: Bonaria manda Maria a scuola, le insegna a cucire e la prepara alla vita; ogni tanto Tzia Bonaria esce, di notte, Maria non sa cosa faccia e non lo saprà fino a molti anni dopo, quando un evento tragico toccherà la sua famiglia e quella di Andrìa Bastìu, un suo amico di scuola. In quella occasione Maria scopre che sua madre è “sa accabadora” di Soreni e ha con lei uno scontro verbale violento che porterà le due donne ad allontanarsi.
Il resto della trama lo lascio al gusto di coloro che vorranno intraprendere questa lettura.
Commento


“Accabadora” è un romanzo di donne raccontato da una donna nel quale quello che non si dice conta più di quel che si dice.
Il tema della morte viene trattato con delicatezza e pudore e, allo stesso tempo, viene impreziosito da bellissime descrizioni relative alla ritualità della morte nei paesi: le campane servivano ad informare la collettività che uno dei suoi membri era morto, il defunto veniva vestito ed “esposto” in casa dove arrivava tutto il paese a rendergli omaggio, le prefiche (attitadorasa) - prezzolate o meno - si disperavano per la perdita e in tutte le case gli scuri alle finestre venivano accostati per dare una manifestazione di rispetto; infine il lutto, usanza che a Soreni era ancora viva. Mi ha ricordato la citazione di John Donne che fa Hemingway ne “Per chi suona la campana” che dice: 


Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa;
ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera;
(…)
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.


Personalmente ritengo questo romanzo uno dei più belli che abbia mai letto: descrizioni asciutte, con pochi aggettivi, di un tempo che, pur non essendo troppo lontano, è distante da noi anni luce. Eppure lascia nel lettore il sapore dell’autenticità, dei valori veri, dell’affetto mai detto ma mai così vero, viscerale.
È un romanzo senza mezze misure: o lo si ama o lo si detesta.
L'autrice: brevi cenni


Michela Murgia, nata a Cabras (OR) nel 1972, nel 2006 ha scritto "Il mondo deve sapere" da cui il regista Paolo Virzì ha tratto il film "Tutta la vita davanti".
Per “Accabadora” le è stato assegnato il Premio Campiello 2010 lo scorso 4 settembre.
La dedica del libro, bellissima, dice: “A mia madre. Tutt’e due”.

Recensione a cura di Advenimiento




Murgia Michela
Einaudi, 2009
€18,00

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