giovedì 28 ottobre 2010

Racconti dell'inquietudine - Fernando Pessoa





Questa raccolta di racconti costituisce un documento eccezionale per gli amanti dello scrittore portoghese Fernando Pessoa. Usciti postumi, rinvenuti dal famoso baule pessoano contenente oltre ventisettemila scritti, sono stati raccolti in questo libro che porta il titolo de “Racconti dell’inquietudine”, titolo ripreso dal più famoso “Libro dell’inquietudine”, anch’esso postumo e pubblicato mettendo insieme numerosi frammenti affiorati dal magico baule.

I Racconti dell’inquietudine mostrano un Pessoa anomalo cimentarsi in piccole narrazioni, le quali ne esaltano l’enorme adattabilità letteraria. E dagli stessi racconti si vede quanto la penna facile di Pessoa potesse prendere qualsiasi direzione: il genere infatti è eterogeneo, spazia dal poliziesco alla narrazione esoterica e filosofica. Una raccolta, quindi, notevolmente variegata e, sebbene molti testi siano frammentati, sono dotati di una grande forza espressiva. Pessoa fa ciò che vuole con le parole, smonta e rimonta discorsi a suo piacimento, ci illude con la sua prosa dando vita a personaggi assai controversi. A dire il vero, sono pochi gli istanti in cui Pessoa si lascia andare a vere e proprie narrazioni; perlopiù il suo è un dare voce a personaggi dotati di un estremo raziocinio e di una dialettica al limite del possibile. Si va dalla teoria del banchiere anarchico, al monologo del diavolo, alla terribile filippica di Quaresma (terribile in quanto didascalica e somigliante ad un trattato di psicologia criminale, vedi Caso Vargas), medico che si diletta a risolvere casi polizieschi in maniera analitico-deduttiva. Le riflessioni nelle quali si – e ci - immergono sono quelle più care all’autore: il mistero dell’umano cammino, la presenza di una realtà metafisica, la pazzia, riflessioni sul bene e sul male. Riflessioni che forse possono essere viziate, talvolta, da alcune imperfezioni scientifiche o falsità filosofiche (come qualcuno ha detto), ma hanno in sé una forza propria che prende fuoco all’interno del contesto del racconto. Una logica perversa, un esercizio letterario che porta ad affermare perfino l’esattezza dell’inesattezza, giochi di prestigio della penna usata come una bacchetta magica. Ci lascia forse inquietudine? No, ci rimane semmai un leggero senso di ammirazione per un uomo che sapeva fare della scrittura una formula matematica perfetta.

Nota: riporto qui i nomi dei traduttori, ritengo infatti, pur non avendo mai letto i suoi testi in portoghese, che sia un compito difficilissimo tradurre Pessoa mantenendo invariata la sua forza evocativa intrisa di simbolismi.

Orietta Abbati (L’ora del diavolo, Un grande portoghese, Il filosofo ermetico, Lo sconosciuto); Piero Ceccucci (Una cena molto originale, La porta); Laura Naldini (Il banchiere anarchico); Giorgio De Marchis (La lettera magica, Il vincitore del Tempo); Simone Celani (Il caso Vargas).
Dei racconti “La finestra stretta” e “Il furto nella Villa delle Vigne” non sono indicati i traduttori

Recensione a cura di Matteo Di Stefano


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domenica 17 ottobre 2010

Fahrenheit 451 - Ray Bradbury



Questo è il classico libro del quale tutti vi parlano e che prima o poi sarete costretti a leggere. Sfido chiunque di voi a dirmi che almeno una volta un amico non gli abbia detto "dovresti leggere Fahrenheit 451”. Un cult, senz'altro, un libro che potrebbe essere parente di 1984 di Orwell. Due libri, due autori, due storie diverse ma che hanno in comune la presenza di un governo autoritario intenzionato a mettere fuori legge il pensiero e controllare ogni ambito relazionale, emotivo ed esistenziale degli individui.
Il successo, oltre all'intuito e alle capacità letterarie, è dovuto al fatto che un tale mondo rientra sia tra le grandi paure degli uomini liberi sia tra le utopie negative degli uomini di potere.
Un individuo sciatto, bombardato da suoni e immagini irreali, senza il minimo contatto con sé stesso, plagiato da una verità costruita dall'alto ed inculcata nelle teste attraverso le tecnologie di comunicazione. Un "non-pensiero" che si riflette nella "non-azione", nella totale dipendenza dalla tv, dal lusso, da tutta una serie di oggetti che creano l'illusione della felicità; rimedi contro la noia, mere illusioni che allontanano da sé stessi, dalla propria capacità critica e di riflessione, dalle proprie pulsioni introspettive: quel tanto di riflessione necessaria a far tremare i capi di stato. Leggendo questo libro siamo noi a spaventarci: un mondo senza libri è il nostro terrore più estremo e, sebbene descriva uno scenario apparentemente visionario, le sue basi sono legate al sentimento e alla paura popolare. I libri sono fuori legge in molti regimi ma anche laddove fortunatamente c’è libertà di lettura, il mondo della carta stampata è costantemente minacciato dai bagliori luccicanti del circo delle meraviglie (più comunemente noto come TV).

Scritto nel 1951 da Ray Bradbury, autore americano di racconti e romanzi di fantascienza, Fahrenheit 451 (ovvero la temperatura alla quale brucia la carta) è sì un romanzo di fantascienza, ma anche un po' il frutto di un’estasi visionaria e direi profetica dell'autore: un mondo schiavo della meccanizzazione, tra segugi meccanici e grandi impianti televisivi, moderne conchiglie che possono rispecchiare i moderni I-pod, auto sfreccianti sull'asfalto. In questo monopolio della tecnologia i libri sono considerati pericolosi e illegali. E non mancano figure romantiche come gli uomini-libro: uomini che imparavano a memoria i testi per non far morire la cultura.
Protagonista è Guy Montag, milite del fuoco che invece di spegnere gli incendi li appicca. I pompieri hanno il compito di bruciare tutti i libri in circolazione e con essi la casa di chi li possiede. È la legge. È per la felicità dell'uomo che tutto questo avviene: l'uomo non ha bisogno di perdersi nelle parole, perché i libri rendono tristi. L'uomo ha tutto ciò di cui necessita per la sua felicità: pareti-televisioni che trasmettono telenovele senza trama, macchine che corrono a gran velocità perché la velocità inibisce il pensiero, conchiglie da tenere nelle orecchie che trasmettono continue vibrazioni: parole colmanti il vuoto.
Ma è felice davvero l'uomo? Questo si chiede Montag dopo l'incontro con Clarisse, stravagante ragazza sparita misteriosamente. Il mondo inizia ad apparirgli ovattato, vuoto, spento, pieno di persone che vivono come macchine, che dicono di volersi bene ma non si conoscono. Illusioni viventi di un mondo irreale. Felice? No: sedato quel tanto che basta per non accorgersi della propria infelicità.
Cosa c'è allora nei libri? viene da chiedersi. E perché quelle persone ne sono così innamorate tanto da farsi bruciare con essi piuttosto che vivere senza? - "Nei libri c'è la nostra vita. Quella stessa vita che viviamo, ma solo grazie ai libri riusciamo a scoprire" risponderà Faber, ex docente universitario che assumerà un ruolo cruciale per la storia del romanzo e per Montag.
Un'ascesa inevitabile di domande porterà Montag a rompere il suo precedente sistema di credenze, le stessi di cui si era nutrito fino al suo incontro con Clarisse e che sembravano potessero garantirgli la felicità. Montag rompe totalmente con sé stesso e con la legge, ma non passerà inosservato. Ormai ha capito: non può fermarsi e la sua è voglia di una rivoluzione che porti l'uomo a recuperare il contatto con sé stesso e con il naturale piacere dello sfogliare un libro, in silenzio, riempiendosi le narici del suo odore, quell’odore che è vita.

Recensione a cura di Alessandro Giova



Bradbury Ray
Mondadori, 2000
€8,50

giovedì 14 ottobre 2010

Due de Due - Andrea De Carlo



Due di Due
Andrea De Carlo
Bompaini editore
p.389

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Un Natale la mia vicina di casa mi regalò "Pura Vita" di De Carlo. L'ho iniziato molte volte ma non sono mai riuscito a leggerlo tutto. Ho sviluppato una difesa pregiudizievole nei suoi confronti. Poche settimane fa invece, mi prestano Due di Due; è un libro davvero interessante e probabilmente mi aiuterà a riprendere quel primo libro di De Carlo che ho sfogliato e mai letto.
È la storia di un’amicizia iniziata tra i banchi di scuola. Mario e Guido si incrociano quasi per caso. e, nonostante la vita li porti a fare scelte differenti, rimarranno uniti da un legame forte, indissolubile, che attraversa 20 anni di storia italiana.
Sono gli anni '60 quando Mario incontra Guido Laremi, personaggio affascinante, in lotta con l'ambiente circostante e con sé stesso; la sua vita è narrata ed ispezionata da Mario, che in lui vede non solo l'amico ma anche, forse, la parte di sé meno visibile e che mai emergerà. Mario si rifugia nelle sue cornici, nelle certezze che la vita gli porta ad edificare, al tempo stesso però , è affascinato dalla figura di Guido, dalle sue idee, dal suo carisma, dalla sua assenza di contorni con ciò che lo circonda. Guido non ha certezze né le vuole, il suo è un vagare ossessivo, un continuo ricercare luoghi per poi fuggirne; rifiuta le convenzioni, i rapporti d'amore stabili, catene rigide per il suo spirito sempre in cerca di situazioni provvisorie.
Quando non è più la scuola a tenerli uniti, i due per un momento sembrano perdersi; sono le lettere a mantenere vivi i contatti. Le notizie di Guido immerso in nuove provvisorietà, in nuovi ambienti che si tramutano presto in vecchie prigioni. Ed anche quando Mario trova la sua cornice, la sua strada, la sua sicurezza, è sempre di Guido che ci si chiede: dove si trova, cosa fa, qual è la sua condizione psicologica.
Il loro rapporto che si estende nel tempo è l'unico legame stabile per Guido. Forse perché Mario ne accetta la precarietà, non la giudica, anzi, questa lo affascina, arrivando perfino ad esserne geloso. Un sali e scendi vorticoso, una parabola inarrestabile del libro che poco a poco si spegne, certamente non per demeriti letterari, ma per lo spegnersi progressivo del personaggio di Guido che va perdendo lo smalto giovanile; nonostante questo però, Guido Laremi mantiene immutato il suo fascino.
Uno dei migliori personaggi letterari degli ultimi decenni, Laremi è destinato ad accendervi, ad illuminare una parte di voi latente, a smascherare quelle incertezze che un po' tutti affrontiamo, ad esaltare il ruolo dell'amicizia. Due vite parallele e non solo, anche lo specchio di due distinte individualità presenti in noi stessi: ciò che diventiamo (Mario) e ciò che vorremmo essere (Guido). Perché questo troviamo nell'amico: una parte di noi che manca o abbiamo, ma tuttavia rimane chiusa al nostro interno come un sogno, un desiderio inespresso.



A.G.



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