lunedì 13 settembre 2010

Paradisi Artificiali - Charles Baudelaire



I paradisi articiali
Charles Baudeaire
Pagine 200
(Prezzi variabili a seconda dell'editore)

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Nato il 9 aprile 1821, Baudelaire fu uno dei massimi esponenti della poesia francese del suo tempo e lo è ancora oggi. Esistenza difficile quella di Baudelaire, sempre alle prese con un travaglio interiore comune a molti grandi artisti. Travaglio che spesso si traduce in grandi liriche e opere.
Poeta e critico d'arte (di questo molti si dimenticano), pubblicò prevalentemente su riviste e quotidiani i suoi scritti. Tra i volumi usciti, costituiscono un importante contributo letterario "I Fiori del Male" e "Paradisi artificiali". Quest'ultimo, uscito nel 1860, è un testo che lo stesso Baudelaire definì morale. Sono trattati i temi della droga, dell'hashish, del vino e dell'oppio. Prima ancora di essere un'opera morale però, questi "Paradisi Artificiali" costituiscono certamente un testo dall'alto contenuto estetico, anzi, spesso questo è preponderante, tanto che gli studiosi hanno definito quest'opera come una "prosa poetica". In esso sono forti le analogie con I Fiori del Male e della missione baudelairiana di estrapolare il Bello dal Male.
L'opera si compone di 3 capitoli: Del Vino e Dell'Hashish, Il Poema dell'Hashish e Un Mangiatore D'Oppio, quest'ultimo analisi arricchita da considerazioni e riflessioni del testo di Thomas De Quincy "Confessioni di un mangiatore d'oppio"

DEL VINO E DELL'HASHISH
Nel primo capitolo il poeta fa un raffronto tra Vino e Hashish; ne enumera gli effetti, la moltiplicazione della personalità, racconta poeticamente le immagini di persone alterate dagli effetti immaginifici e artificiali delle due droghe. In esso B. privilegia il vino, giungengo alla condanna dell'hashish come sostanza del diavolo che porta sì l'uomo all'estasi, ma ne corrode la volontà. L'hashish è per uomini solitari, dannoso, un'arma per aspiranti suicidi; il vino invece, al quale dedica un'intera sezione nei Fiori del Male, è sociale, esalta la volontà dell'uomo ed è la bevanda per l'uomo che lavora e merita di berne.

IL POEMA DELL'HASHISH
Nonostante la condanna, l'hashish non viene respinto totalmente e questo lo si ritrova nel secondo capitolo, dove in parte si riprendono temi e riflessioni già trattate nel primo, ma queste appaiono in una veste più approfondita. È importante chiarire che Baudelaire fissa la sua attenzione non su uomini qualunque, ma sull'uomo dotato di sensibilità, all'artista o al filosofoso, dei quali l'hashish esalta la vena creativa. Infatti afferma: "un mercante di buoi non sognerà, non vedrà mai altro che buoi e pascoli".
Baudelaire, che visse per un periodo all'Hotel Pimodan, sede delle riunioni del "Club des Hachichins", ha certamente un'esperienza diretta, sia in qualità di consumatore, sia come osservatore delle riunioni del club. La sua però, non è un'analisi frutto dello slancio dell'ebbrezza, ma una razionale e lucida narrazione postuma.
La confettura verde (al tempo si mangiava) dice, produce straordinari effetti nell'uomo sensibile che possiede una naturale predisposizione nella tensione all'infinito. Ed è proprio all'infinito che tende l'uomo che si lascia stregare da tale confettura. Ne elogia le sinestesie che essa provoca, la musica dei colori e i colori della musica, le immagini, l'annullamento del tempo. In questo è un supporto per il poeta esaltandone qualità e personalità. Ma questo non è un bene e soprattutto non è esente da rischi. Si arriva perfino al limite di sentirsi Dio. Tutto ciò porta alla condanna del pur maledetto Baudelaire, il quale fu lui stesso consumatore nei momenti di impotenza creativa. L'uomo non deve ingannarsi: la gioia e l'estasi che provoca sono surrogati, un paradiso d'occasione, artificiale per l'appunto, accessebile a tutti, con il rischio che l'uomo s'allontani dalla vera ricerca dell'infinito; e per raggiungerlo l'uomo non deve e non può sostituire la propria volontà con la farmacia.

UN MANGIATORE D'OPPIO
In quest'ultimo capitolo, B. riprende l'opera di De Quincy facendone oltre che un'analisi, una traduzione e riscrittura decorata dalle sue considerazioni e commenti. Segue passo passo il viaggio intrapreso da De Quincy alla scoperta dell'oppio, dapprima rimedio alla fame, poi trappola di dipendenza che imprigiona l'uomo in una condizione di non creazione. Una dipendenza che si sostituisce alla natura, che scema gradualmente grazie alla volontà dello stesso De Quincy di ridurre gradualmente le dosi fino alla completa liberazione. Finale a lieto fine che tuttavia non convince Baudelaire il quale è fermamente convinco che si tratti piuttosto di un frutto dell'ipocrita morale inglese.
B. riprende il tema del vino, ma questa volta ad uscirne vincitore è l'oppio. Infine, non poteva mancare il tema della Morte, tanto caro a Baudelaire. Morte che arriva strappando ai terrestri l'estro di De Quincy proprio mentre B. stava ultimando il suo omaggio all'autore inglese. Questo porta alle riflessioni che concludono il libro sulla temuta e amata Morte, amica/nemica che viene spazzando di un colpo piani sogni gloria ma che, al tempo stesso, ci libera in un viaggio misterioso verso l'ignoto.

CURIOSITA'
Al tempo l'hashish veniva mangiato. Aveva l'aspetto di una sorta di marmellata verdastra della quale Baudelaire riporta sinteticamente il procedimento.
 A.G.

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1 commento:

  1. E per questa prima recensione,
    ...ubriachi!Senza tregua!Di vino, di poesia o di virtù - a piacer vostro!

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